06/05/16

83. Galeotto fu il salmone

Salute, pace e prosperità, figli dell'Uroboro!
... Ok, la smettiamo. Proprio ieri cadeva l'anniversario della morte di Napoleone Bonaparte sull'isola di Sant'Elena: un evento catastrofico, non tanto per il fatto in sé, quanto per gli inevitabili rimandi alla poesia di Manzoni che, lo immaginiamo, avrà fatto sudare sangue ai bambini delle elementari di tutta Italia. Cari ragazzi, anche noi abbiamo dovuto impararla a memoria, per cui vi capiamo benissimo. Siate maledette, maestre.
Ora però l'incubo è passato, almeno fino al prossimo anno, per cui possiamo guardare avanti e leggere insieme un'edificante fiaba del popolo Ainu, gruppo indigeno della regione di Hokkaidō (Giappone settentrionale) la cui cultura fiorì a partire dal XIII secolo, quando sono attestati i primi, consistenti traffici commerciali con il resto del Sol Levante.
Il racconto che abbiamo scelto per voi vi insegnerà a smascherare gli spiriti che si annidano in casa vostra, mentre voi, ignari di ogni cosa, state per far sposare vostro/a figlio/a con uno di essi. No, non c'è bisogno di ringraziarci.

* * *

Un solo uovo di salmone
(ひとつぶのサッチボロ)

(1) Donna ainu in abiti tradizionali
Ero figlia unica e noi tre, papà, la mamma ed io, vivevamo dalle parti dell'area centrale del fiume Ishikari [1]. Ma poiché il babbo era avanti con gli anni, non era più in grado né di salire in montagna per andare a caccia, né di pescare pesciolini e salmoni che vivevano in gran quantità nel fiume.
In quanto a me, facevo quello che sanno fare le donne: raccogliere verdure di montagna in primavera per consumarle fresche al momento, e disseccarle e farne conserve per i pasti invernali, sì da sostentare i miei vecchi. All'arrivo dell'estate raccoglievo bulbi di giglio, li ripulivo in acqua, li pestavo nel mortaio e ne estraevo amido commestibile. Mescolavo poi gli scarti, privi di amido, con le verdure e le facevo fermentare. Ne facevo poi dei dango [2] di circa quindici centimetri di diametro e li mettevo ad essiccare, alimento per il lungo inverno. Quando arrivava la stagione fredda e il momento di consumarli, si ammorbidivano nell'acqua, si pestavano nel mortaio e se ne ricavavano di nuovo dei dango che si mangiavano cotti. Si facevano dunque grandi scorte di cibo per ogni stagione e in questo modo si sopravviveva.
Poiché la casa era isolata, non avevo contatti con nessuno al di fuori di papà e mamma.
Mentre conducevamo questo tipo di esistenza, a volte la mamma diceva incidentalmente:
– Un giovane lontano parente è il tuo promesso sposo e sta su, alle sorgenti del fiume. Dovresti incontrarlo.
Io, la sola a preoccuparmi di procurare legna da ardere e cibo, proprio non potevo assentarmi per raggiungere il posto dove si trovava quel giovane. Tuttavia la mamma si ostinava a ripeterlo come se le fosse venuto in mente proprio allora ed io, incerta, facevo sempre finta di non aver sentito.
Un giorno di primavera, mia madre avvolse un kimono ed altre cose in una stuoia da portare in spalla, me la legò dietro la schiena e mi spinse fuori di casa dicendomi:
– Vai.
Riluttante ad andare in un posto in cui non ero mai stata, mi aggrappai ad un pilastro dell'ingresso e presi a piangere e a gridare no. Allora mia madre, anche lei piangendo, mi dette dei delicati colpetti sulla spalla e mi disse fra le lacrime:
– Tuo padre è anziano e non sappiamo quando ci lascerà. Se non ti sbrighi a portargli un generlo, potrebbe morire senza aver mangiato quello che gli uomini sanno procurare, carni e pesce.
Allora, non essendoci altro da fare, obbedii a ciò che mi aveva detto e mi accinsi ad andare alle sorgenti del fiume. Con gli occhi velati di lacrime, calpestando ramoscelli secchi e incespicando più volte, affrettai il passo.
Quanto avessi percorso non saprei quando il sole prese lentamente a calare verso occidente. Sbucai in un vasto terreno roccioso, di cui avevo sentito da mia madre ma, poiché mi aveva detto che il luogo dove si trovava la casa del giovane non era lontano da lì, mi affrettai. Percorsi la distesa desolata in direzione del limitare opposto, sopraelevato, e vidi un maestoso albero divelto, le cui radici erano state dissotterrate dall'acqua del fiume, che sembrava essere stato portato dalla corrente. Mi avvicinai lentamente e sul tronco disteso vidi seduta una donna sola. La guardai: aveva pressappoco la mia età, il mento appuntito, la bocca così larga da pensare che si aprisse fino alle orecchie, gli occhi sottili e pronunciati verso l'alto. Mi feci accanto e mi disse:
– Avevo sentito del tuo arrivo, sorella maggiore, e sono venuta fin qui ad aspettarti per porgerti il benvenuto.
Mi sorrideva raggiante e mi prese per mano. Poi, fattami accomodare sul tronco, mi si accostò e dicendo – Adesso lascia che ti spidocchi! – mi pose le mani in testa. Provai una piacevole sensazione che mi fece scivolare nel torpore e, prima che me ne rendessi conto, caddi addormentata.
Quando riaprii gli occhi, l'abito modesto che quella indossava giaceva davanti ai miei occhi e la donna si allontanava veloce, vestita del bel kimono ricamato che prima avevo indosso io, con in spalla l'involto che avevo portato con me.
Sconcertata, mi infilai l'abito che la donna aveva lasciato e la rincorsi. Quando la raggiunsi mi lanciò dei ciottoli e mi gridò malignamente:
– Finalmente vado all'incontro con il promesso sposo, da dove salta fuori questa brutta sconosciuta?
Con il mio kimono e il mio bagaglio in spalla sembrava per davvero fossi io, finanche il viso era identico. E il mio volto, ora che portavo il suo abito indosso, era diventato brutto come il suo. Le andai dietro mortificata, quella si fermava, mi lanciava pezzi di legno e pietre e proseguiva spedita dicendo cose velenose. La seguii di soppiatto e, dopo un po' che si camminava, vidi una casa solitaria. All'esterno c'era una gran quantità appetitosa di carni e pesci disseccati, appesi ad un palo. La donna, ferma lì fuori, si schiarì la gola per avvertire del suo arrivo quelli della casa. Forse perché ne aveva udito la voce, venne fuori una donna di mezza età che l'appellò con un – Prego, entra –. A me dette solo un'occhiata, poi si ritrasse in casa. Anch'io sgusciai dentro e mi sedetti a sinistra del tavolo.
(2) Abitazione tradizionale ainu
Il vecchio che si trovava dentro la casa accolse con cortesia solo la donna, a me non rivolse neppure uno sguardo. E quella strillò:
– Non so da dove venga questa qui! Sono giunta alla casa del mio promesso sposo, non darmi più fastidio.
Frattanto rientravano dalla caccia due giovani, con in spalla carne di cervo. La madre uscì ad informarli della presenza degli ospiti: i due ragazzi si sfilarono all'aperto l'abbigliamento da caccia in pelle, poi entrarono in casa, salutarono entrambe con garbo e me con particolare cortesia.
Il minore, che sembrava essere il promesso sposo, ci squadrò entrambe con espressione dubbiosa. La donna se ne rese conto e mi rovesciò addosso parole ancor più cattive. Io me ne stavo ferma, a capo chino, piangevo e non dicevo una sola parola. Il vecchio, che appariva imbarazzato, disse fra sé e sé: «Di spose per mio figlio ne sono arrivate due, non riesco a distinguere quella vera». Allora il più giovane, che era stato ad osservarci per un po', si alzò e tirò fuori due bellissime ciotole. In ognuna di esse pose i sacchiporo, delle uova di salmone disseccate, che aveva preso da una mensola del focolare e ce le offerse invitandoci a mangiarle.
Io avevo già assaggiato uova di salmone, preparate da mio padre quando ero piccola e il babbo mi aveva insegnato che si introducono in bocca uno alla volta e si masticano lentamente. Così feci e si risvegliò in me un gusto antico di cose buone. Fui incuriosita dalla donna che se ne riempiva il palmo della mano e se le metteva in bocca tutte in una volta. Accorgendomi di questo modo di mangiare, in cuor mio pensai rasserenata: «Come mi aspettavo, non si tratta di un essere umano». Disorientata, la donna prese a masticare e le uova di salmone le si attaccarono ai denti; più masticava e più le si riempiva la bocca, meno riusciva a deglutire e a disbrigarsi. Si infilò un dito in bocca nel tentativo di liberarsi i denti, ma inutilmente. A poco a poco si innervosì e finì con il mettere in bocca tutta la mano. Il colore del suo viso andò mutando, spinse in bocca entrambe le mani e prese ad agitarsi. Alla fine sollevò un piede, come se volesse sfregarlo contro la mascella e le guance. Gli esseri umani non riescono a farlo. Il vecchio e i due giovani osservavano immobili la scena. La donna sembrava non capire più nulla e, proprio in quel momento, mi accorsi che aveva una coda di volpe. La donna continuava a grattarsi con un piede sollevato. Anche i due ragazzi parvero aver intravisto la coda ed entrambi si alzarono immediatamente: uno prese un tizzone, l'altro una grande pinza da fuoco e si lanciarono per colpirla. Quella, ignara del fatto che la sua coda fosse stata notata, strillò:
– Finanche il mio promesso sposo! Quella donna è un'apparizione maligna! Uccidete lei!
– Volpe, mostra la tua vera natura! – dicevano i due giovani continuando a colpirla.
Intervenne il vecchio a voce alta:
– Pensavi di poter ingannare uomini e dèi alla luce del giorno e davanti agli occhi della Dea del Fuoco? – e la colpì con l'attizzatoio.
Al solo udire le parole «davanti agli occhi della Dea del Fuoco», la donna assunse le sembianze di una volpe. Era una volpe a cui erano rimasti solo pochissimi peli sulla punta delle orecchie e della coda, il corpo spelacchiato e raggrinzito, la bocca larga fino alle orecchie, una volpe scarna che faceva star male solo a guardarla. Nelle sembianze di un essere umano non era molto sciolta nei movimenti ma, appena rivelata la sua vera identità, era divenuta incredibilmente agile e scappava velocissima di qua e di là dentro la casa. Il vecchio e i ragazzi l'avevano circondata e cercavano di colpirla senza riuscirci. Lo fecero tutti insieme quando sembrò un po' indebolita. Allora il respiro le si interruppe, fu scossa da un tremito, poi, con un ultimo irrigidimento, morì.
Il vecchio portò fuori il cadavere imprecando e lo gettò fra i rifiuti. Poi, dopo aver purificato l'interno della casa, per la prima volta il vecchio e i ragazzi presero la mia mano, mi accarezzarono le ginocchia e piansero lacrime di gioia.
Io raccontai la storia dei miei genitori e che la volpe mi aveva fatto addormentare quando mi aveva tolto i pidocchi dal capo. Allora si decise che il più giovane dei figli sarebbe diventato mio marito. Per la prima volta assaporai in abbondanza carne e pesce, le cose che sanno procacciare gli uomini, e mi fermai presso di loro.
Quella notte stessa mi apparve in sogno la donna che mi disse:
(3) Esempi di inau
– Perdonami. Quando ti ho vista arrivare, ho voluto diventare io la promessa sposa, ti ho aspettata per prendere il tuo posto, ma è finita così. Ero una divinità femminile incarnata in una volpe, inviata dal mondo celeste per proteggere quel grande terreno roccioso. Non vi renderà nulla buttare il mio corpo fra i rifiuti. Offritemi un semplice inau [3] e un pochino di sake per farmi tornare al paese degli dèi. Se lo farete, vi proteggerò in modo che viviate felici per tutta la vita.
Sembra che il vecchio e i due ragazzi avessero fatto lo stesso sogno perché il mattino dopo dissero:
– Gli dèi sono dèi e si sposino fra loro. Da oggi in poi non deve più accadere una cosa simile.
Offrirono poi un po' di sake e un povero inau così che la volpe potesse tornare al mondo degli dèi.
Ancora quella notte, in piedi sul guanciale dei sogni, quella dea-volpe mi sorrise raggiante e disse:
– Sono stata perdonata dagli dei e, anche se decaduta a divinità di basso rango, sono riuscita a far di nuovo parte di loro. Per ringraziarvi, vi proteggerò per sempre.
In seguito io e il giovane che doveva diventare mio marito attraversammo il grande terreno roccioso, portando in spalla una grande quantità di carni e pesci disseccati, e tornammo a casa mia.
I miei genitori piansero di gioia e, come aveva detto mia madre, potei offrire al mio anziano padre ciò che i maschi sanno procacciare. Dopo di allora potemmo vivere confortevolmente senza preoccuparci di ciò che desideravamo mangiare. Ebbi tanti figli. Poi sia mio padre sia mia madre lasciarono il mondo e anche io divenni anziana.
Per questo, quando voi, Ainu di oggi, mangiate uova di salmone disseccate, mangiatene uno alla volta. E quando non sapete se una persona è un essere umano o uno spirito, basta che le offriate queste uova e subito capirete di chi si tratta.

Così narrò una vecchia.
__________
[1] Il fiume Ishikari-gawa (石狩川), con la sua estensione di 268 km, è il primo fiume per lunghezza della regione di Hokkaidō, nonché il terzo di tutto il Giappone. [2] I dango (団子), fatti di farina e riso glutinoso, sono simili per forma ai nostri gnocchi. Una variante prodotta in Hokkaidō veniva realizzata con farina di patate e successivamente cotta in forno con salsa di soia. [3] Gli inau (イナウ) sono bastoncini di legno dalla forma variabile utilizzati nelle cerimonie religiose ainu.

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Altro che Padre Amorth! Cercate nel grande web la preparazione dei sacchiporo e dateli da mangiare a quel buffo individuo, con gli occhi gialli e la coda, che vive da mesi in casa vostra, presentatosi come un bis-bis-bis-cugino. E ringraziate gli antichi Ainu per il prezioso suggerimento.
See you later, guys.

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Bibliografia
  • M. T. Orsi (a cura di), Fiabe giapponesi, Torino 1998.
 Immagini
  • (1) http://dinets.info/japan2.htm
  • (2) http://www.japan-guide.com/e/e2244.html
  • (3) http://kunnesiri.narod.ru/inau.htm

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