19/04/16

82. Brindare col sangue

Salve a tutti i lettori di #Uroboria!
Oggi è il 19 aprile, e si festeggiano i seguenti santi: Sant'Emma di Sassonia, il Beato Corrado di Ascoli, Sant'Elfego vescovo di Canterbury, San Geroldo, il Beato Giacomo Duckett, San Giorgio d'Antiochia, San Leone IX, San Mappalico martire e Santa Maria di Persia. Se, dunque, qualcuno di voi rientra nel novero di questi nomi (immaginiamo che di Mappalico – ma l'accento dove andrà? – ce ne siano molti), tanti auguri, altrimenti tornate la prossima volta.
Möngke Khan
Non per caso abbiamo tirato in ballo alcune alte sfere del mondo gattolico, sebbene questa volta la Chiesa c'entri solo in senso lato: infatti il protagonista del brano di oggi è Guglielmo di Rubruck (Rubruck, ca. 1220 – ca. 1293), missionario fiammingo che, su incarico di re Luigi IX, nel maggio 1253 partì da Costantinopoli per raggiungere, alla fine di dicembre dello stesso anno, la corte dell'imperatore Mangu Chan (Möngke Khan), condottiero mongolo nipote del celebre Gengis Khan. Il resoconto di questa lunga traversata verso oriente, motivata dalla presunta conversione del condottiero Sartach a capo dei khanati dell'Orda d'Oro e dell'Orda Blu, è confluito nel suo Itinerarium, suddiviso in quaranta capitoli.
Il breve passo che vi proponiamo (XXIX, 47-48) contiene un simpatico aneddoto, relativo alla produzione di porpora nel Catai (ovvero la Cina settentrionale), raccontato da un sacerdote al buon Guglielmo mentre si trovavano alla corte del Khan. Alcuni di voi riconosceranno l'origine di una simpatica usanza che si accompagna ancora oggi ai nostri banchetti e alle nostre gozzoviglie.

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L'itinerario di Guglielmo di Rubruck

(47) Una volta sedeva con me un sacerdote del Catai, vestito con un abito di un bellissimo colore rosso. Gli chiesi dove si procuravano quel colore. Mi rispose che nelle regioni orientali del Catai ci sono rupi altissime dove abitano delle creature che hanno in tutto aspetto umano, tranne per il fatto che non possono piegare le ginocchia e si muovono, non so come, saltando; sono alti non più di un cubito, hanno tutto il corpo ricoperto di peli e abitano in grotte inaccessibili. I cacciatori si portano dietro della birra, la più alcolica che riescono a produrre, scavano fra le buche a mo' di coppe e le riempiono con quella birra. (Il Catai non conosce il vino – solo ora incominciano a piantare delle vigne –, ma fanno una bevanda alcolica di riso.) (48) I cacciatori si nascondono; gli animali escono dalle loro tane, assaggiano la bevanda e gridano chinchin – essi vengono appunto chiamati chinchin per via di quel loro grido –; a questo punto arrivano a frotte, bevono la birra, si ubriacano e si addormentano lì. Allora i cacciatori si avvicinano e li legano mani e piedi mentre dormono, bucano loro una vena del collo e ne cavano tre o quattro gocce di sangue; poi li lasciano liberi. Da quel sangue, a quanto mi ha raccontato, si ricava quel preziosissimo color porpora.

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Ebbene sì, l'introduzione è più lunga del testo citato, il che non fa che confermare la nostra scarsa capacità di sintesi. Volemose bene ugualmente, però.
In ogni caso, la prossima volta che griderete "cincin!" brandendo con fierezza un bicchiere di Brunello potrete farlo con cognizione di causa; ed è tutto grazie a noi. Vedete che in qualche modo siamo utili alla collettività?
Ci si vede.

P.S. Ah, già, non dimenticate di alzare i pollici alle nostre pagine di Facebook e Google Più! In questa dannata società digitalizzata pare non se ne possa più fare a meno.

Bibliografia
  • Guglielmo di Rubruck, Viaggio in Mongolia (Itinerarium), Milano 2011.

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