06/10/13

LXII. «Ma papà, voglio fare il prete!»

Buondì a tutti, gente! Da quanti giorni non si udiva neppure un singhiozzo su questa bizzarra isola digitale! Ma quanto saranno irritanti i punti esclamativi a fine periodo! Ebbene, la ragione di un'assenza lunga quasi un mese è dovuta ad una formidabile presa di coscienza del curatore, fondatore nonché portinaio di Uroboria: il quale, resosi conto di rappresentare perfettamente il concetto, molto diffuso presso le nuove generazioni, di “braccia rubate all'agricoltura”, ha deciso di restituire le proprie al lavoro stagionale nei campi. Quelli che lo conoscono personalmente (non che fossero abituati a vederselo spesso tra i piedi) dichiarano di non riconoscerlo più, avendo acquisito una serie di peculiarità proprie del mondo contadino tra cui l'uso delle bestemmie al posto delle congiunzioni, l'abitudine di sputare per terra in segno di disapprovazione e le caratteristiche unghie nere.
Ecco spiegato il motivo della nostra assenza, durante la quale, tuttavia, Uroboria ha sfondato il tetto delle 10mila visualizzazioni. Finalmente, dopo due anni di intensa attività, il mondo ci sta tributando onore e gloria! Ora non ci resta che aggiungere almeno altri quattro zeri e battere in popolarità il blog di Grillo. Per questo motivo abbiamo predisposto un arsenale letterario che faremo deflagrare nel corso dei prossimi mesi: il consiglio, come sempre, è quello di restare sintonizzati, pena l'amputazione degli arti.
Ma non vedete quant'è figo? Quello sguardo
magnetico, lievemente omicida, e la posa da
duro hanno fatto breccia nei nostri cuori
Si riparte, in realtà, da un mezzo ritorno alle origini, perché l'autore del brano che vi presentiamo è stato il nostro apripista, colui che ha battezzato Uroboria con il primo, leggendario post: Ippolito Nievo (Padova, 30 novembre 1831 – da qualche parte vicino al Golfo di Napoli, 4 marzo 1861), simpatica camicia rossa prematuramente scomparsa nel naufragio dell'Ercole, il celebre battello di Gambadilegno. Le circostanze dell'accaduto restano fumose: alcuni sospettano di una distrazione di Topolino che, invece del carbone, gettò nella caldaia una palata di gatti morti. Comunque siano andate le cose, e sebbene sia schiattato ancora giovane e piacente, il buon Nievo ebbe il tempo di scrivere una serie sterminata di roba che abbraccia la poesia, la saggistica, il racconto breve e il mattone suicida: dai, avrete sentito parlare anche voi delle Confessioni d'un italiano (se non vi fosse toccato in sorte di doverlo leggere a scuola), abominevole romanzo che, pubblicato postumo circa vent'anni dopo gli infausti Promessi Sposi, testimonia inequivocabilmente il declino dell'ispirazione dei letterati italiani post-XVIII secolo.
Dilungarsi sulla trama significherebbe tagliarsi le vene, tanto per voi quanto per noi (se siete interessati potete sempre cercare su Wikipedia). Vi basti sapere che la scena del passo che segue ha come protagonista monsignor Orlando, fratello del conte di Fratta, nel cui castello si affacciano gli interessantissimi ricordi d'infanzia del protagonista – e voce narrante – Carlino. Costui, aspirante sacerdote, adolescente al tempo delle rievocazioni di Carlino, dovette scontrarsi con le ambizioni paterne che avevano predisposto per lui un futuro da pluridecorato signore della guerra: all'alba del suo dodicesimo compleanno ecco che il paffutello Orlando viene convocato dal padre, in un ultimo, disperato tentativo di farlo desistere dalla vocazione alla tonaca.

***

Pagina manoscritta dell'opera. La si trova
tranquillamente su Wikipedia; non è che ab-
biamo fatto chissà quali ricerche

– Figliuol mio – cominciò egli a dire – la professione delle armi è una nobile professione.
– Lo credo – rispose il giovinetto con una cera da santo un po' intorbidata dall'occhiata furbesca volta di soppiatto alla madre.
– Tu porti un nome superbo – riprese sospirando il vecchio Conte. – Orlando, come devi aver appreso dal poema dell'Ariosto1 che ti ho tanto raccomandato di studiare...
– Io leggo l'Uffizio della Madonna – disse umilmente il fanciullo.
– Va benissimo; – soggiunse il vecchio tirandosi la parrucca sulla fronte – ma anche l'Ariosto è degno di esser letto. Orlando fu un gran paladino che liberò dai Mori il bel regno di Francia. E di più se avessi scorso la Gerusalemme liberata sapresti che non coll'Uffizio della Madonna ma con grandi fendenti di spada e spuntonate di lancia il buon Goffredo tolse dalle mani dei Saracini il sepolcro di Cristo.
– Sia ringraziato Iddio! – esclamò il giovinetto. – Ora non resta nulla a che fare.
– Come non resta nulla? – gli diede sulla voce il vecchio. – Sappi, o disgraziato, che gli infedeli riconquistarono la Terra Santa e che ora che parliamo un bascià2 del Sultano governa Gerusalemme, vergogna di tutta Cristianità.
– Pregherò il Signore che cessi una tanta vergogna – soggiunse Orlando.
– Che pregare! Fare, fare bisogna! – gridò il vecchio Conte.
– Scusate – s'intromise a dirgli la Contessa. – Non vorrete già pretendere che qui il nostro bimbo faccia da sé solo una crociata.
– Eh via! non è più bimbo! – rispose il Conte. – Compie oggi appunto i dodici anni!
– Compiesse anche il centesimo – soggiunse la signora – certo non potrebbe mettersi in capo di conquistare la Palestina.
– Non la conquisteremo più finché si avvezza la prole a donneggiare3 col rosario! – sclamò4 il vecchio pavonazzo dalla bile.
– Sì! Ci voleva anche questa bestemmia! – riprese pazientemente la Contessa. – Poiché il Signore ci ha dato un figliuolo che ha idea di far bene mostriamocene grati collo sconoscere5 i suoi doni!
– Bei doni, bei doni! – mormorava il Conte. – Un santoccio leccone6!... Un mezzo volpatto7 e mezzo coniglio!
– Infine egli non ha detto questa gran bestialità; – soggiunse la signora – ha detto di pregar Iddio perché egli consenta che i luoghi della sua passione e della sua morte tornino alle mani dei cristiani. È il miglior partito che ci rimanga ora che i cristiani son occupati a sgozzarsi fra loro, e che la professione del soldato è ridotta una scuola di fratricidii e di carneficine.
– Corpo della Serenissima8! – gridò il Conte. – Se Sparta avesse avuto madri simili a voi, Serse passava le Termopili9 con trecento boccali di vino!
– S'anco la cosa andava a questo modo non ne avrei gran rammarico – riprese la Contessa.
– Come? – urlò il vecchio signore – arrivate persino a negare l'eroismo di Leonida e la virtù delle madri spartane?
– Via! stiamo nel seminato! – disse chetamente la donna – lo conosco assai poco Leonida e le madri spartane benché me le venghiate10 nominando troppo sovente; e tuttavia voglio credere ad occhi chiusi che le fossero gran brava gente. Ma ricordatevi che abbiamo chiamato dinanzi a noi nostro figlio Orlando per illuminarci sulla sua vera vocazione, e non per litigare in sua presenza sopra queste rancide fole11.
– Donne, donne!... nate per educar i polli! – borbottava il Conte.
– Marito mio! sono una Badoera12! – disse drizzandosi la Contessa. – Mi consentirete, spero, che i polli nella nostra famiglia non sono più numerosi che nella vostra i capponi.
Orlando che da un buon tratto si teneva i fianchi scoppiò in una risata al bel complimento della signora madre; ma si ricompose come un pulcino bagnato all'occhiata severa ch'ella gli volse.
"Le confessioni di un ottuagenario"
è il titolo con cui l'opera fu pubbli-
cata, postuma, per la prima volta a
Firenze nel 1867
– Vedete? – continuò parlando al marito – finiremo col perdere la capra ed i cavoli. Mettete un po' da banda13 i vostri capricci, giacché Iddio vi fa capire che non gli accomodano14 per nulla; e interrogate invece, come è dicevole a un buon padre di famiglia, l'animo di questo fanciullo.
Il vecchio impenitente si morsicò le labbra e si volse al figliuolo con un visaccio sì brutto ch'egli se ne sgomentì e corse a rifugiarsi col capo sotto il grembiale materno.
– Dunque – cominciò a dire il Conte senza guardarlo, perché guardandolo si sentiva rigonfiare la bile. – Dunque, figliuol mio, voi non volete fare la vostra comparsa sopra un bel cavallo bardato d'oro e di velluto rosso, con una lunga spada fiammeggiante in mano, e dinanzi a sei reggimenti di Schiavoni15 alti quattro braccia l'uno, i quali per correre a farsi ammazzare dalle scimitarre dei Turchi non aspetteranno altro che un cenno della vostra bocca?
– Voglio cantar messa io! – piagnucolava il fanciullo di sotto al grembiule della Contessa.
Il Conte, udendo quella voce piagnucolosa soffocata dalle pieghe delle vesti donde usciva, si voltò a vedere cos'era; e mirando il figliuol suo intanato colla testa come un fagiano, non ebbe più ritegno alla stizza, e diventò rosso più ancor di vergogna che di collera.
– Va' dunque in seminario, bastardo! – gridò egli fuggendo fuggendo fuori della stanza.
Il cattivello16 si mise allora a singhiozzare e a strapparsi i capelli e a dar del capo nelle gambe della madre, sicuro di non farsi male. Ma costei se lo tolse17 fra le braccia e lo consolava con bella maniera dicendogli:
– Sì, viscere mie; non temere; ti faremo prete; canterai messa. Oh non sei fatto tu, no, per versare il sangue de' tuoi fratelli come Caino!...
– Ih! ih! ih! voglio cantar in coro! voglio farmi santo! – strepitava Orlando.
– Sì... canterai in coro, ti faremo canonico, avrai il sarrocchino18 e le belle calze rosse; non piangere tesoro mio. Sono tribolazioni queste che bisogna offerirle al Signore per farsi sempre più degni di lui – gli andava dicendo la mamma.
Il fanciullo si consolò a queste promesse; ed ecco perché il conte Orlando, in onta al nome di battesimo e dispetto della contrarietà paterna, era divenuto monsignor Orlando.
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1. L'Orlando furioso, naturalmente. Forse, e diciamo forse, non era poi così fondamentale sottolinearlo.   2. Voce arcaica per pascià, titolo onorifico che veniva attribuito alle alte cariche dell'impero ottomano.   3. Cioè a fare la donnicciola, il contrario di quella virile prestanza propagandata dal nostalgico Conte.   4. esclamò.   5. con il disconoscere.   6. ghiottone, mangione.   7. volpacchiotto, nel senso figurato di furbacchione, furbastro.   8. La Serenissima Repubblica de Venessia, ciò. Viva San Marco!   9. Su, fatevi anche voi una ricca cultura di storia della Grecia antica; poi, la domenica sera, sciamiamo nei bar e ci mettiamo a discuterne animatamente.   10. veniate.   11. riguardo a queste vecchie [ma «rancide» è molto più dispregiativo] storielle.   12. La Contessa apparteneva quindi ai Badoer, celebre casata veneziana.   13. da parte.   14. non gli vanno bene.   15. La Schiavonia era un'antica regione, più o meno corrispondente all'attuale Croazia orientale, in cui la Repubblica di Venezia reclutava mercenari ritenuti eccellenti soldati.   16. Nel significato arcaico di povero, poveraccio.   17. lo prese.   18. «Sorta di vestimento di cuoio, che si porta da' pellegrini per coprir le spalle». [Vocabolario della Crusca, IV ed., vol. IV, p. 327]

***

Piaciuto, eh, questo sfoggio di virilità? Vi darà la giusta carica per affrontare la seconda settimana entrante di ottobre, specialmente a chi, come il responsabile, deve tornare nei campi a cogliere l'uva. Ma della vendemmia si parlerà ancora, più avanti, in un post futuro (non necessariamente il prossimo)... Ah... Quanta vaghezza... L'incessante fluire dell'esistenza lungo la stretta gola di una clessidra che non si può capovolgere... Il futuro... Ma cos'è il futuro, se non una sfocata proiezione dell'ego su una parete bianca e scalcinata? No, davvero, qualcuno ce lo spieghi, perché non riusciamo proprio a venirne a capo.
Alla prossima, beduini.

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