13/09/13

LXI. My little pony

«Infermità che sogliono molestare i cavalli», da
"Trattato dell'imbrigliare, atteggiare & ferrare cavalli",
di Cesare Fiaschi (1628)

Buonasera, lectores! Torniamo a farci vivi dopo una scoppiettante combo di post agostani, al quale è seguito un periodo di intense, intensissime ricerche filologiche per cercare di mantenere alti gli standard di demenza che ci caratterizzano.
Inutile dire che siamo certi di esserci riusciti anche stavolta: ecco a voi una raccolta, vergata da multiple penne e stampata presso i famosissimi Giunti Bros. nel 1588, di tutti i blasoni dei cavalli di re e privati signori italici che, al pari delle aerografie sulle Nissan Skyline, si servivano dell’araldica per i loro deliberati sfoggi di potenza. Vari auctores, immaginando di fare un gran dono alla posterità, hanno pensato bene di ricavarne un mattone di 250 e rotte pagine dove, tuttavia, è stato inserito un preambolo decisamente gustoso: un elenco, cioè, delle principali afflizioni che molestano i cavalli con le relative “cure” che il solerte maniscalco deve adottare. Le virgolette sono obbligatorie, dato che si tratta di veri e propri metodi di tortura travestiti da medicamenti, che quasi certamente non lasciavano scampo alla povera bestia ammorbata. Noi, dall’alto del nostro acclarato feticismo, abbiamo raccolto i rimedi più splatter, convinti – stavolta sì, a ragione – che la posterità potrà trarne grandi insegnamenti.
Prima di lasciarvi al testo (e di salutarci, dato che la trascrizione e l’impaginazione del post ci hanno succhiato ben quattro giri di orologio) è bene precisare che codesto tractatus sulle malattie equine è stato schifosamente plagiato nei decenni successivi: segnaliamo almeno un paio di opere, di cui ci siamo serviti per l’identificazione delle varie infermità, nelle quali si ritrovano più o meno gli stessi, identici paragrafi, a parte alcune lievi modificazioni e/o addenda di nuove e più perniciose patologie. Trovate i riferimenti nascosti tra le note.
Detto questo vi lasciamo senza indugio al nostro Libro de Marchi de Cavalli, Con li nomi di tutti li Principi, & Priuati Signori, che hanno razza di Cavalli. Sì, si intitola proprio così.
A presto, piccolini!

***

Cavallo Goloso, noto divoratore compulsivo assurto
agli onori della cronaca per aver mangiato i vestiti di
Miley Cyrus durante le riprese di "Wrecking Balls",
costringendo la povera bagasc... ahem, artista, a
terminare la registrazione completamente nuda 
34I  Se il tuo cauallo1 è offeso, dissolale2 l’ungia, & taglia intorno, poi empi di stoppa bagnata in bianco di ouo, poi cura con sale pisto & aceto fortissimo, o polue3 di galla, mortella, o lentisco4, come ti piace.
35II  Leuane li peli, poni su farina ben mescolata, & cotta, & con songia, & fa così due dì mutandauelo5 ogni dì due uolte, poni su calce uiua6, & sapone, e seuo7 per tre dì mutando ogni dì uolte, laua con aceto caldo, & poneui sopra herba caprinella8, finché sia sano.
36III  Taglia d’intorno la suola del piede di sotto l’ungia, poi riuolta la sola, & estirperai della parte di fuori, & lascia uscire da per se, & poi fa una stoppata con bianco d’ouo, ponendone assai, & liga ben tutto il pie9, e dipoi doi dì10 laua con aceto forte alquanto caldo, empi di sale, e tartaro, e stoppa.
37IV  Caua ben con la picila rosnetta11 la estremità dell’ongia dinanzi, che la uena maestra si rompa, & lascia uscir sangue, dipoi empi la piaga di sal minuto12, & sopra stoppa infusa in aceto, & legalaui13 ben che non14 possa lauarsene15.
38V  Taglia l’ungia ch’è appresso la piaga tanto profonda che si faccia uno spacio conueniente fra la sola del pie, & lo fico16 ben stretto una spongia marina con una peza17, tal che quel che resta se torna. [...]
40VI  Laua il pie, & radi intorno al luogo, e18 tocca con il dito, & se egli duole sarà maturo, allhora aprilo con vn ferro pungente, & lascia vscir la putredine, e poi piglia sterco di cauallo, & olio, & vino, & mele19, & aceto, & insalda suso in modo d’impiastro, & il terzo dì slegalo, & guarda non siaui20 prede, o stecchi21.
41VII  Tirali sangue delli piedi, & pungeli la vena dalla22 gamba di fuori, o di dentro, e non doue esce la vnghia, bē si23 die sotto l’vnghia, e rasparui24, & lauaui con vino, & distempara sugo di acacia gialla & acqua, di sorte che25 sia come vn miele, & vngeli, o pestar songia, e pece liquida. [...]
44VIII  Taglia da ogni intorno, e stirpalo dalla radice, poi taglia il luoco26 de la piaga che pende, acciocché non vi possa27 niente di putrefatione, nel resto poi fa, come si è detto di sopra, nel polmoncello28. [...]
47IX  Togli sale ben pisto, & spargigliele sopra l’intestino, & riponglielo29 alquāto30 dentro31, poi togli lardo fatto a modo di sopposta, & ponglielo dentro, & sopra li poni malua cotta, fin che sia sano.
48X  Tosto che32 vedi offeso il neruo, che comincia in la testa del garretto, & và appresso i piedi, dà il fuoco in questa gonfiatura del neruo per lungo, e per trauerso con spesse, & conuenienti linee, poi fa com’è detto della ierda33, metti sterco di bue caldo per tre dì, poi li vngi con olio caldo, & poi cenere calda.
49XI  Apri la sistola, & dalli il fuoco, & cuocila con la medicina, che si fa di calcina viua, fin che le broze34 caschi, perché purgata presto si riempie di carne, ma se la sistola fusse profonda, adopra ferri lunghi, e medicala. [...]
52XII  Quando la giarda fusse nel garetto, dalli il fuoco nel mezo35 del tumore, o gierda, & per lungo, & largo, & fatto questo togli sterco boino fresco, menato con olio caldo, poni vna volta sopra le cotture, & anchora fa come è detto delli capeletti36. [...]
57XIII  Taglia la pelle nel mezzo, e di sotto poi (saluo se il tumore mancasse) muoui37 con vna brocca di legno l’humore che è tra la pelle, e spremi forte fuora, & taglia la pelle sotto il tumore, e metti vn ferro caldo, & in capo di sette dì fa il medesimo.
60XIV  Taglia in lungo nella estremità verso le natiche in fin al quarto nodo dell’osso ch’è nella coda, e cauane fuora con un ferro l’osso bariuola38, & gettalo via, poi poni sale per tutta la fessura, & un ferro caldo tocco in sale, fa come è detto per la coda.
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Nota: i numeri romani in capo a ciascun paragrafo rimandano ai nomi di malattie equine contenuti in G. Agostinetti, Cento, e dieci ricordi che formano il buon fattor di villa, Venezia 1689. Invece la numerazione araba – assolutamente inutile in mancanza di titoli che spieghino per quali infermità sono utili le varie applicazioni “mediche” – è quella originale dell’edizione Giunti.

I. Alla inchiodatura [impaccio del cavallo dovuto a un’applicazione errata, da parte del maniscalco, dei chiodi dei ferri].   1. cavallo. Le ‘v’ sono quasi sempre scritte ‘u’ (tipico del volgare arcaico), salvo sporadiche e immotivate eccezioni.   2. dissolagli, togli la suola.   3. polvere.   4. A meno che non siate dei cecidologi difficilmente saprete cos’è una galla; mortella e lentisco sono invece specie di arbusti ben note.   II. Al mal dell’Asino [onicomicosi dell’unghia].   5. mutando.   6. viva, di martufelliana memoria.   7. sebo, grasso animale.   8. Pianta dai fiori bianchi rosati.   III. Al desolato [“a cui viene tolta la suola”; ma qui dobbiamo andare per ipotesi, mancandoci il conforto di una definizione specifica. Immaginate altrimenti un cavallo triste e festa finita]; dal Trattato di Mescalzia di Filippo Scacco da Tagliacozzo, Venezia 1614.   9. piede.   10. Probabilmente dopo due giorni.   IV. Alla riprensione [detta anche “laminite” o “podoflemmatite”, è una malattia potenzialmente devastante che interessa il piede dell’equino]   11. Qui alziamo le mani. Raramente ci è capitato di non riuscire a capire il significato di un termine, però stavolta dobbiamo arrenderci a questo insormontabile ostacolo linguistico. Perdonate il francesismo: ma che cazzo è la picila (o picilla) rosnetta? Potrebbe trattarsi di una specie di tagliaunghie, o di una pinza, oppure di una bomba a mano: se saprete dirci qualcosa in più vi daremo un bacino sulla fronte. Andiamo avanti, va’, che ci mancano ancora 41 note da scrivere...   12. sale fino.   13. Aberrante unione di legala + ivi, con tutta probabilità.   14. affinché non.   15. Cioè per fare in modo che il cavallo non la rimuova.   V. Al mal del fico [variante popolare dei cosiddetti “stranguglioni”].   16. Dovrebbe riferirsi allo stranguglione che dà il nome al morbo.   17. ben stretto in una spugna [avvolta in] una pezza.   VI. Al falso quarto [detto anche “tarlo”: malattia dello zoccolo].   18. Variatio dell’Autore che torna a usare la ben più civile ‘e’ (anche per noi che dobbiamo sbatterci a trascriverle). Durerà poco, vedrete.   19. miele.   20. guarda che non vi sia[no].   21. Tutti quei corpi estranei, come spine o rametti, che si appiccicano senza pietà alle cose vischiose.   VII. Alle serpentine [questa non ve la sappiamo spiegare, perdonateci].   22. Probabile refuso. L’Agostinetti riporta «della».   23. Il trattino in alto è una tipica abbreviazione di scuola medievale che omette la ‘n’: in questo caso, quindi, leggi bensì e ringraziaci per averti fornito un facile rimorchio per le ragazze (per i ragazzi se sei femmina).   24. raspa.   25. di modo che.   VIII. Alla lupa [come sopra, purtroppo].   26. sic.   27. Sott. «essere».   28. Malattia che interessa, più o meno, il dorso della bestia.   IX. Questo morbo non è riportato nel trattato dell’Agostinetti.   29. riponiglielo, mettiglielo; oppure, brutalmente, infilaglielo.   30. Vedi nota 23, ammesso che tu sia arrivato fino a questo punto.   31. Riuscite a immaginare quanto possa essere doloroso? Ci riuscite davvero? Noi no.   X. Al corbo [detto anche “corba”: malattia che viene nelle gambe del cavallo].   32. Non appena.   33. Potrebbe riferirsi alla “giarda”, morbo intestinale causato da parassiti ma anche tumore dei garretti. Vedi nota XII.   XI. Alla fistola [o “sistola”].   34. le pustole.   XII. Alli giardoni [tumori localizzati nella parte esterna del garretto del cavallo, sopra l’unghia].   35. sic.   36. Altresì detti “cappelletti”, sono dei rigonfiamenti che interessano la punta del garretto.   XIII. Alli vesigoni [ennesima patologia del garretto].   37. muovi.   XIV. Al cascapelli [morbo delle natiche].   38. Che sarebbe, appunto, il «quarto nodo dell’osso ch’è nella coda». È mai possibile che vi si debba spiegare tutto?

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