30/06/13

LV. Assassin's водка

Buon pomeriggio a tutti! Vi siete riavuti dallo shock per la scomparsa di Margherita Hack? Avete realizzato che, più che piangerne la morte, bisognerebbe festeggiare quello che è il naturale e definitivo compimento di tutte le esistenze – senza contare che la Signora aveva 91 anni, quindi ha vissuto sicuramente più di quanto lo faremo noi?
– Eh, Sant’Iddio, come siete cinici! Basta, non leggerò più Uroboria. Comincerò ad insultare Beppe Grillo sul suo blog, cosa che sicuramente mi darà più soddisfazione.
Oh, scusateci tanto! Il fatto è che tra un paio di settimane il responsabile di questo sito dovrà discutere la propria tesi di laurea, il che lo rende particolarmente nervoso, e a maggior ragione se pensa che sta perdendo tempo a editare l’ennesimo post invece di incominciare a preparare una presentazione decente. Perdonatelo. Ci ha mandato a dire che, se riuscirà ad uscire indenne da questo dedalo di paranoie e procrastinazione, offrirà un grammo di cocaina a quanti l’hanno sostenuto.
Il passo odierno, che saluta il mese di giugno, è tratto da Delitto e castigo di Фёдор Михайлович Достоевский, da noi meglio conosciuto come Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1621 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881). Il giovane Rodion Romanovič Raskòlnikov, ex studente di legge costretto a dividere il companatico con le tarme e i ragni in un sudicio appartamento pietroburghese, per dimostrare a se stesso di non essere un totale ammasso di mediocrità decide di far fuori una vecchia usuraia (e, subito dopo, la sorella di lei, accorsa per caso sulla scena del delitto). Seguono circa quattrocento interminabili pagine di travagli, rimorsi e pentimenti che sfoceranno, con buona pace del lettore sfinito (il quale nel frattempo avrà incominciato a covare gli stessi istinti omicidi del protagonista), nella sua confessione e nella conseguente deportazione in Siberia.
Carino, eh? Ci è parso che si adattasse in modo particolare al contesto di pazzia di questi giorni. Ora beccatevi la scena del primo omicidio.

***

Il buon Dostoevskij in un ri-
tratto da cui trasuda tutta la
sua stabilità mentale
La porta s’aprì, come l’altra volta, lasciando solo una piccola fessura, e, dall’oscurità, due occhi penetranti e diffidenti vennero a fissarsi di nuovo su di lui. Allora Raskòlnikov si turbò e per un poco non commise un grave errore.
Temendo che Aljòna Ivànovna si spaventasse nel vedere che erano soli, e non avendo la speranza che il suo aspetto la potesse rassicurare, s’afferrò alla porta e la tirò verso di sé, perché alla vecchia non venisse l’idea di richiudersi dentro. La vecchia, che aveva veduto questo gesto, non tirò la porta in senso contrario, verso di sé, ma non si lasciò nemmeno sfuggire dalle granfie1 la maniglia della serratura, e poco mancò ch’egli non la trascinasse fuori, verso la scala, insieme col battente. Vedendo poi che essa s’era fermata attraverso la porta e voleva impedirgli di passare, il giovane avanzò direttamente verso di lei. La donna si scostò rapidamente, spaventata; avrebbe voluto dir qualcosa, ma sembrava che non potesse parlare, e lo guardava con gli occhi sbarrati.
«Buon giorno, Aljòna Ivànovna», cominciò egli, parlando nel modo più disinvolto possibile. Ma la voce non gli obbedì, si ruppe, tremò. «Io v’ho... portato un oggetto... ma è meglio andar lì... alla luce...» E, datale una spinta, entrò difilato nella stanza, senza che la vecchia lo avesse invitato a farlo. Aljòna Ivànovna gli corse dietro; la lingua le si era sciolta.
«O Signore! Che avete?... Chi siete? Che cosa volete?»
«Scusate, Aljòna Ivànovna... sono un vostro conoscente... Raskòlnikov... ho portato il pegno che v’ho promesso l’altro giorno2...» E le porse il pegno.
La vecchia diede uno sguardo al pacchetto, ma, di nuovo, fissò subito gli occhi in quelli dell’indiscreto visitatore. Lo guardava attentamente, con un’espressione maligna, con diffidenza. Passò circa un minuto. Al giovane parve che negli occhi di lei ci fosse come una derisione: forse aveva già indovinato tutto. Egli si sentiva turbato, provava quasi un senso di paura, si sentiva tanto impaurito da credere che sarebbe scappato se essa avesse seguitato a guardarlo così, senza dire una parola, ancora per mezzo minuto.
«Ma perché mi state a fissare in questo modo, come se non mi riconosceste?», disse a un tratto, anch’egli con un’espressione maligna negli occhi. «Se lo volete, pigliatelo, altrimenti andrò da qualcun altro: non ho tempo da perdere.»
Egli non aveva neppure pensato di dir così: quelle parole gli erano venute sulle labbra da sé, all’improvviso.
La vecchia si sentì rassicurata. Il tono risoluto del visitatore le aveva dato coraggio.
«Ma perché, batjuška3, così, a un tratto... Che è questo?», chiese, guardando il pegno.
«Un portasigarette d’argento. Ve l’avevo detto l’altra volta.»
La vecchia tese la mano.
«Ma perché siete così pallido? Anche le mani vi tremano. Avete fatto un bagno, batjuška
«È la febbre», rispose egli con voce rotta. «Si diventa pallidi senza volerlo... quando non s’ha nulla da mangiare», aggiunse, spiccando a stento le parole. Le forze lo abbandonarono di nuovo. Ma la risposta sembrava verosimile. La vecchia prese il pegno.
«Che cos’è?», chiese, e, dopo aver guardato Raskòlnikov fissamente come prima, soppesò il pegno sul palmo della mano.
«Un oggetto... un portasigarette d’argento... Guardate!»
«Ma non sembra che sia d’argento... Guarda un po’ com’è involtato!»
Tentando di sciogliere il nodo e volgendosi verso la finestra di dove veniva la luce (tutte le finestre di quella casa erano chiuse, nonostante l’afa), la vecchia si scostò da lui per qualche secondo e gli voltò le spalle. Egli si sbottonò il pastrano e liberò l’accetta dal cappio, ma senza tirarla fuori completamente. Con la destra sotto il pastrano continuò a sorreggerla. Le sue mani erano terribilmente deboli. Le sentiva intormentirsi, irrigidirsi sempre più. Temeva che si sarebbe lasciato sfuggire l’accetta, che gli sarebbe caduta a terra. A un tratto fu preso come da un capogiro.
«Ma che ci ha rinvoltato qui dentro!», esclamò con dispetto la vecchia – e si girò dalla parte di lui.
«Oh cielo, avete una zanzara proprio sulla nuca... As-
pettate che ve la tolgo...»
Non c’era più un attimo da perdere. Raskòlnikov tirò fuori l’accetta, la sollevò con tutt’e due le mani, quasi dimentico di sé, e, quasi senza sforzo, quasi macchinalmente, la lasciò ricadere sul capo della vecchia dalla parte opposta al taglio. In quel momento pareva che non avesse più forza. Ma appena ebbe lasciato andar giù l’accetta, la forza gli ritornò all’improvviso.
La vecchia, come al solito, non aveva nulla in capo. I suoi capelli erano radi, fra i quali si vedevano parecchi fili grigi, erano come sempre,4 unti di grasso, attorcigliati in una treccina sottile come la coda d’un topo e raccolti sotto un pezzo di pettine di corno che le si drizzava sulla nuca. Il colpo le cadde proprio sul sommo del capo, cosa a cui contribuì la sua piccola statura. Essa gettò un grido, ma gridò molto debolmente, e, d’un tratto, s’accasciò sul pavimento, sebbene avesse avuto il tempo d’alzare tutt’e due le mani alla testa. In una mano teneva ancora stretto il «pegno». Allora, con tutta la sua forza, egli le assestò un colpo, anche questa volta col dorso dell’accetta e sul sommo del capo, poi gliene assestò un altro. Il sangue sgorgò, come da un bicchiere rovesciato, e il corpo stramazzò bocconi. Egli indietreggiò, lasciò che cadesse, poi si chinò subito sul viso di lei: era già morta. Gli occhi erano spalancati, come se volessero schizzar fuori, e la fronte e il resto del viso erano contratti e deformati dallo spasimo.
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1. O «grinfie», che dir si voglia.   2. Raskòlnikov e la Ivànovna si sono già incontrati (al capitolo I della I parte, per l’esattezza), e in quell’occasione il nostro goffo assassino le aveva anticipato che sarebbe tornato di lì a pochi giorni con un altro oggetto da impegnare.   3. Батюшка, letteralmente «piccolo padre». Appellativo maschile molto frequente nelle conversazioni dei nostri cari bevitori di водка.   4. Nota utilissima: questa virgola può anche essere un refuso. Noi l’abbiamo messa per dimostrare la nostra infinita modestia nel non volerci elevare a giudici dell’opera del curatore (in questo caso della curatrice, Vittoria Carafa de Gavardo – vi prego, trattenete le risa).

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E questo è tutto. Proveremo a sintonizzarci di nuovo su queste frequenze prima del Fatidico Giorno. Nel frattempo cercate, almeno voi, di preservare la vostra sanità mentale. Wah ah ah ah ah ah ah!

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