18/06/13

LIV. Per colpa dei tavolieri

Chiari, freschi e dolci Uroboriesi, buon pomeriggio; e che Dio vi benedica (poi, se vi maledice, non prendetevela con noi)! Oggi abbiamo l’onore di accogliere in seno a codesto blog un super contributo di Tiziana Durazzano, simpaticissima lettrice – in pratica la quarta accreditata se escludiamo il folto pubblico di Nepal, Ucraina e Qatar che accresce significativamente le nostre visualizzazioni – che ci porta nel grande e finora inesplorato universo della poesia trobadorica (beh, mica friggiamo con l’acqua, noi). Lasciamo più che volentieri la parola alla nostra eroina, nella speranza che apprezziate lo sforzo congiunto per farvi dimenticare il caldo, gli esami o qualsiasi altra cosa molesta stiate facendo.

Quel figo di Guglielmo appoggiato
al capolettera di un codice del XIII
secolo. Non è un amore?
Direttamente dai secoli bui, ecco a voi un componimento che segna le origini della lirica cortese.
Parliamo di Guglielmo IX D’Aquitania (22 ottobre 1071 – 10 febbraio 1126), duca d’Aquitania e di Guascognia, Conte di Poitiers e Tolosa e noto seduttore di donne. Ricco, potentissimo e parecchio sfrontato, rise allegramente del Papa dopo essere stato scomunicato per aver rapito e sposato Maubergeon, moglie del visconte di Chatellerault, mentre sia la precedente moglie che il visconte erano ancora in vita. 
Pensavate davvero che il Medioevo fosse solo cinture di castità e monasteri?
Beh, la vita di corte vista dai libri deve sembrare parecchio più casta di quanto non lo fosse in realtà, ma per fortuna  ci siamo noi a togliervi le fette di prosciutto che vi oscurano la vista.
La cultura medioevale infatti è ricca di componimenti a carattere sessuale spesso esplicito e pieno di composizioni-vanto, detti gap, dei grandi signori. E non potremmo aspettarci di meno da una società che ha fatto dell’adulterio uno stile di vita e che gli ha reso onore con canzoni e versi in grande stile. Ricordiamo solo l’uso di molte nobildonne di sottoporre l’amante a una prova di lealtà chiamata “Assag”, che consisteva nel giacere nudi senza però che l’uomo potesse portare a compimento l'atto sessuale vero e proprio (per quanto ne sappiamo noi ora pare che tutto il resto fosse ampiamente concesso, anche perché in effetti non la sosterrebbe nessuno se una manina non potesse scivolare, come dire, al di là del puro). Quindi c’è ancora chi pensa che la fin’amor sia un continuo smielare di poeti e aspiranti tali? Beh, allora eccovi qua un bel chicchino per farvi ricredere.

***

Ben vuelh que sapchon li pluzor*
Voglio proprio che dicano i più...

I. Ben vuelh que sapchon li pluzor,
d’est vers si·s de bona color,
qu’ieu ai trag de mon obrador:
qu’ieu port d’ayselh mestier la flor,
et es vertatz,
e puesc en traire lo vers auctor,
quant er lassatz.


II. Ieu conosc ben sen e folhor,
e conosc anta e henor,
et ai ardimen et paor;
e si·m partetz un juec d’amor,
no suy tan fatz,
no·n sapcha triar lo melhor,
entre·ls malvatz.


III. Ieu conosc ben selh qui be·m di,
e selh qui·m vol mal atressi,
e conosc ben selluy qui·m ri,
e si·l pro s’azauton de mi,
conosc assatz
qu’atressi dey voler lor fi
e lor solatz.



IV. Ja ben aya selh qui·m noyri,
que tan bo mestier m’eschari
que anc a negu non falhi;
que de jogar sobre coyssi
a totz tocatz;
mais en say que nulh mo vezi,
qual que·m vejatz.


V. Dieus en lau e sanh Jolia:
tant ai apres del juec doussa
que sobre totz n’ai bona ma,
e selh qui cosselh mi querra
non l’er vedatz,
ni us de mi non tornara
descosselhatz.



VI. Qu’ieu ai nom “maiestre certa”:
ja m’amigu’ anueg no m’aura
que no·m vuelh’ aver l’endema;
qu’ieu suy d’aquest mestier,
s’o·m va,
tan ensenhatz
que be·n sai gazanhar mon pa
en totz mercatz.




VII. Pero no m’auzetz tan guabier
qu’ieu non fos rahuzatz l’autrier,
que jogav’a un joc grossier,
que·m fon trop bos el cap primier
tro fo taulatz;
quan guardiey, no m’ac plus mestier,
si·m fon camjatz.




VIII. Mas elha·m dis un reprovier:
«Don, vostre datz son menudier,
et ieu revit vos a doblier».
Fis·m ieu: «Qui·m dava Monpeslier,
non er laissatz!».
E leviey un pauc son taulier,
ab ams mos bratz.



IX. E quan l’aic levat lo taulier,
empeys los datz:
e·ill duy foron cairat vallier
e·l terz plombatz.


X. E fi·l ben ferir al taulier,
e fon joguatz.

I. Voglio proprio che dicano i più
se è di buona qualità questo verso
che ho tratto dalla mia officina,
perché sovrasto tutti in quell’arte,
veramente,
e posso portarne a testimone il
verso,]
quando sarà concluso.

II. Conosco senno e follia,
e conosco onta e onore
e in me c’è coraggio e paura;
e se mi proponete un gioco
d’amore,]
non sono tanto sciocco
da non distinguere quello migliore
da quelli cattivi.

III. Conosco chi desidera il mio
bene,]
ma anche chi mi vuol male,
e conosco chi si rallegra con me;
e se i gentiluomini godono della
mia compagnia]
so bene
che devo cercare il loro gradimento
e il loro piacere.

IV. Sia benedetto chi mi allevò,
che mi diede in sorte un così buon
mestiere]
che mai mi venne meno,
perché sul cuscino, per ogni tasto1,
ne so più di qualunque vicino,
per qualsiasi cosa mi vediate alla
prova.]

V. Dio sia lodato e san Giuliano,
perché tanto ho imparato del dolce
gioco2]
che più di ogni altro sono abile;
e a chi mi chiederà consiglio,
non sarà negato,
e nessuno se ne andrà da me
malconsigliato.

VI. Perché io ho nome ‘maestro
infallibile’:]
mai la mia amante mi avrà una
notte]
che non mi voglia avere
l’indomani;]
perché in questo mestiere,
e me ne vanto,
sono così istruito
che posso guadagnarmi il pane
in ogni mercato.

VII. Tuttavia, per quanto capace di
grandi vanti,]
fui fatto indietreggiare l’altrieri,
che giocavo a un gioco grosso,
che mi andò molto bene nei
preliminari,]
finché fu intavolato;
quando guardai, non mi rese più
servizio:]
mi si era cambiato.

VIII. Ma lei mi lanciò un
rimprovero:]
«Signore, i vostri dadi3 sono
piccoli!».]
«E io torno a sfidarvi  – dissi –
mi dessero Montpellier,
non abbandonerò!».
E alzai un poco il suo tavoliere4
con ambo le braccia.

IX. E quando le ebbi alzato il
tavoliere,]
spinsi avanti i dadi:
e due erano buoni dadi quadrati,
e il terzo piombato5.

X. E lo feci ben colpire il tavoliere,
e fu giocato.

__________
* Bdt 183.2.
1. “A totz tocatz” – che, pronunciato velocemente (scandendo le z), dà vita a una simpatica espressione gergale italiana – si traduce, letteralmente, con “A toccare tutto”, cioè “A toccarsi”. A questo punto vale la pena riportare il commento di un simpatico blogger in cui abbiamo avuto la ventura di imbatterci:  «[...] Che poi “tozt tocatz” si potrebbe tradurre più esattamente con l’espressione “tuca tuca”. Ne consegue che, dal punto di vista filologico, non è corretto quanto afferma la signora Carrà, che in un suo componimento sostiene di avere inventato.» [Adattato da Esoway Factory Blog]   2. Cioè di questa specie di “tuca tuca”. No, dai, è troppo divertente.   3. Ovviamente è un’allusione sessuale. E che, dobbiamo spiegarvelo noi?   4. Vedi nota precedente.   5. Eh sì, proprio come quando, sui banchi di scuola, disegnavate due O e una U più o meno allungata per esorcizzare il tedio delle lezioni di geometria piana, suscitando l’ilarità dei compagni.

***

Volete sapere qual è il segreto per incolonnare i paragrafi, eh? Giammai ve lo diremo! Ci porteremo l’arcana verità nella tomba.
Nel dare ufficialmente il benvenuto alla nuova adepta di Uroboria la ringraziamo per il geniale contributo e, tutti insieme appassionatamente, vi salutiamo augurandovi buon... boh? Natale, va’. Ci sta sempre bene.

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