12/04/13

XLIX. Hello kitty

Popolo bulgaro, popolo di Uroboria, siamo tornati alla carica dopo aver ripristinato tutte le immagini misteriosamente scomparse dal blog. Non vi rendereste conto del supplizio a cui abbiamo scelto di sottoporci decidendo di rieditare, one by one, tutti e quarantotto i post che abbiamo pubblicato in un anno e mezzo di attività nemmeno se vi metteste di impegno: pensateci la prossima volta che uscirete con gli amici e andrete a contorcervi su una pista da ballo al sabato sera; per fare questo lavoro indegno abbiamo sacrificato il 97% della nostra vita sociale.
Tanto non ce l’avevamo nemmeno prima, quindi non è che sia stata una gran perdita.
Ma bando alla malinconia, suggerita anche dall’imminente esplosione della primavera (che fretta c’era?): oggi vi presentiamo una lunga ma spettacolare poesia di tale Gasparo Gozzano (Venezia 1713 – Padova 1786), tratta da una raccolta di opere varie, in prosa e in versi, pubblicata a Venezia nel 1743. In questo piccolo grande capolavoro il Maestro si lamenta, e a ragione, della balordaggine dei gatti, creature infide, chiassose e oscene. Gioiamo nell’aver trovato qualcuno che ha saputo smitizzare uno dei fenomeni di culto più beceri di sempre, ossia l’adorazione felina, che trova nel sesso femminile un gigantesco focolaio di estimatrici. Noi parteggiamo per i cani, decisamente più stupidi e alla nostra portata, perché in fondo invidiamo la loro facoltà di urinare dappertutto e mangiare qualsiasi cosa, anche i propri escrementi, senza che nessuno se ne lamenti. A parte – 勿論 – Paris Hilton od Onorina.

***

Bastet, divinità femminile egizia con testa di caz Gatto

In biasimo del Gatto

Torrei1 più volentieri meco un bigatto,
Un sorcio, una lumaca, un pipistrello,
Che mai potessi voler bene al Gatto.
2 posso sofferire di vedello,
E credo veramente tuttavia,
Che l’odiarei se fosse un mio fratello.
So dir, ch’ un non ne viene a casa mia,
Perchè quando ne veggo da lontano,
Con una stanga grido: Gatti via.
Chi vuol saper se il tenerne sia sano,
E s’egli è un animal tristo, o dabbene
Sol per un poco gli guardi la mano;
O così un tratto grattigli le rene,
E chiarirassi3 al vedergli le dita,
Che non è bestia nata per far bene.
Io contra un pane giuocherei la vita,
Che il gatto è una cosaccia dispettosa
Più d’ogni altra, che sia di pel vestita.
La sua prima virtù maravigliosa
È, ch’egli uccella, in ogni loco, e pesca,
E va a caccia, e in cerca d’ogni cosa.
Non creder, che a rinchiuder ti riesca,
Che per aprir le toppe, e chiavistelli,
Par ch’egli abbia un ordigno alla tedesca4.
Schiude gli usci, le case, e gli sportelli,
Sì che diresti, ch’abbia negli ugnoni5
Trapani, lime sorde, e grimaldelli.
Chiudi la carne, ne vuol due bocconi,
Riponi un pesce, se lo mangia intero;
Poi va sul tetto a udir le tue ragioni.
E forse che si pente a dire il vero,
O sta dopo a guardar più tuo che mio,
Sempre fa peggio, e non gli importa un zero.
E come se t’avessi rubat’io,
Ti viene avanti con sì sodo viso,
Che di cavargli il cor ti vien desio.
D’un altro suo bel gesto vi do avviso,
Che un tratto altrui potrebbe scorticare,
Chi non istesse bene su l’avviso.
S’ei vede qualche cosa dondolare
Senza star troppo a dir, che cosa è questa?
Saltale addosso, e comincia a graffiare.
Però6 chi ha intelletto nella testa,
Le membra sua non affide la state7
Alla camicia sola, ed alla vesta.
Ecco i guadagni belli che voi fate
A tener questi animali faceti,
Ch’io non so come voi non gl’impiccate.
E forse, che non c’è degl’indiscreti,
Che dicon, ch’essi annunzian quando piove,
E gli vengon in casa per profeti?
Ma ficchinsi di dentro le lor nuove8,
Che quasi sempre menton per la gola,
Nè una è vera di novantanove9.
Non è in ciò ’l gatto un uom di sua parola,
Sì come pulci son, mosche, e tafani,
Che per indovinar vanno alla scola.
Quando t’assaltan questi come cani,
E ti traffiggon ben co’ lor pugnali,
Tu poi dir certo: pioverà domani.
Ma noi siam tanto insensati, e bestiali,
Che sempre se ne schiaccia, e se ne offende,
Di così fatti benigni animali.
Il gatto10 solo fa le sue faccende
Come a lui piace, al bujo, e alle candele,
Va, e torna a sua posta11, e sale, e scende.
Non vi potrebbe dir quanto è crudele
Boezio12, l’Inforzato, nè il Digesto13,
E basta, che in latin si chiama il fele14.
Il ciel vi dica poi com’è modesto;
Che con iscandal proprio de’ vicini
E’ fa quel fatto, che non è onesto15.
Cioè va su pe’ tetti, e pei cammini16,
Con urli, e strida, e morsi come i matti,
Adopra il grifo, la voce, e gli uncini.
E chiama ognuno a sapere i suoi fatti,
Onde in quel lavorio poco discreto
Ha sempre i testimon, come a’ contratti.
Ma la sua coscienza l’ha di drieto,
E giuocherei la testa, che il poltrone,
Così facendo cred’esser faceto.
Che s’ei cercasse almeno d’un cantone,
E non facesse come gli sciagurati,
Io non gli darei torto, nè ragione.
I Gatti sempre gli ho vituperati,
Ma quando veggo massime17 le Gatte;
A pena così un poco è ch’io le guati:
Perché com’esse vanno contraffatte
Tutte le streghe la notte in istriazzo18,
E succiano a’ fanciulli il sangue, e il latte.
Oh quanto rido quando per il sollazzo
Veggo esser fatti loro vezzi, e muine,
Vadan pur via, ch’io non sarò sì pazzo.
Il ciel ne guardi pur certe bambine,
Che le tengono ognor lisce, e fornite
Di sonaglini intorno, e cordelline.
E che è, che non è, sono schernite,
Che lor cacciano in corpo le malie,
Andate allora, e fatele pulite;
E ditemi, che son tutte pazzie,
Ed ho come hanno molti il cervel grosso,
Che vi danno ad intender le bugie,
Io so che i topi mi corron sul dosso,
E se non basta, su gli occhi, e sul naso;
Ma vorrei che m’entrassero in un osso,
Prima che mi trovassi persuaso
D’aver un Gatto per far lor la caccia,
E s’io sono ostinato non è a caso.
Per certo non crediate, che mi piaccia
Quell’aspettare il topo al bucolico,
E poi mangiarsel come una focaccia,
Essendo quello un atto d’assassino;
Ed a quel modo pigliar si potrebbe
Voi mi fareste dire, un Indovino.
La ragion perchè questo ognor m’increbbe,
È, perchè sendo19 il Gatto assai più forte,
Anche usare un inganno non dovrebbe.
O Ernesto Motense20, o uom di corte,
Voglio portarvi amore, s’io crepassi
Infin ch’io vivo, e poi dopo la morte.
Però che spesso voi prendete sassi,
Legni, balestre, scarpettacce, e terra,
E non volete gatti magri, o grassi.
Seguite pur la vostra nobil guerra,
Ed anzi con la spada, e con la mazza,
Andategli uccidendo per la terra.
Lasciate pur gracchiar la turba21 pazza,
Che i Gatti han gli occhi come la lucerna:
Perch’anche delle lucciole s’ammazza,
Le quali han sotto il culo la lanterna.
__________
Ci spiace, siamo immuni alla tua
pucciosità
1. Porterei.   2. Sic. Tutti i e i perché sono scritti con l’accento grave.   3. gli sarà chiaro.   4. Sta dicendo che è particolarmente bravo, se non si fosse capito.   5. unghie, artigli.   6. Perciò.   7. d’estate non affidi.   8. Tengano per sé le loro profezie.   9. Sta dicendo che non ne azzeccano una, se non si fosse capito. Il soggetto è sempre nuove.   10. Ogni tanto l’autore usa la minuscola al posto della maiuscola, come si trova di solito. Non sono sviste nostre.   11. a sua preferenza, cioè quando vuole.   12. Severino Boezio (475 – 525), pallosissimo filosofo de Roma.   13. Il Digesto è una raccolta, in – udite udite – 50 libri, contenente passi tratti da opere di giuristi romani, redatta nel 533 in lingua latina e greca per volere dell’imperatore Giustiniano. Inforziato o Inforzato venne chiamato il secondo di questi libri, non si sa bene per quale motivo, da alcuni glossatori bolognesi dell’XI secolo.   14. Gioco di parole tra felis (gatto) e fele o fiele.   15. Allude al periodo in cui i mici vanno in calore.   16. Quasi sicuramente comignoli, retto da su pei, piuttosto che altri possibili significati come stradine, viottoli ecc. Insomma, siamo pur sempre dei dilettanti; se volete un’interpretazione filologicamente attendibile andate dai filolologi, lo dice anche la parola stessa.   17. soprattutto.   18. Perché, proprio come loro  [le gatte], se ne vanno in giro tutta la notte le streghe a fare baccano.   19. essendo.   20. Erudito settecentesco originario di Pordenone, la cui famiglia originariamente si chiamava Aleandra (c’entrerà qualcosa Lady Gaga?). È variamente citato in (almeno) un’opera di miscellanea e in una Storia delle belle arti friulane di Fabio Maniago.   21. folla.

***

Sì, lo sappiamo che anche molti uomini amano i gatti. Noi, comunque, aspettiamo fiduciosamente che qualche psicopatico introduca il culto dei piccioni e delle mantidi religiose. Ogni volta che sentiamo un miagolio ci viene l’orticaria. Alla prossima!

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