20/04/13

L. Uroboria Satyricon


Oggi, amici cari, è un giorno solenne, perché quello che ci accingiamo a scrivere è il cinquantesimo post. La cosa, fondamentalmente, non interesserebbe a nessuno; qualsiasi altro blog non farebbe neppure accenno alla cosa, liquidando la questione come una semplice contingenza numerica. Ma per noi, che soffriamo di hexakosioihexekontahexafobia e siamo grandi amanti della cabala, è molto, molto importante. Molto più dell’elezione del Presidente di questa ridicola Repubblica delle banane e delle prime giornate di primavera. Per noi è un traguardo imprescindibile, la realizzazione del sogno più alto. Se ci venisse un’embolia polmonare in questo preciso istante potremmo essere sicuri di morire senza rimpianti. Cinquanta post, capite? Ore e ore di tempo perduto, alla faccia di chi lavora. Cinquanta post!

Va bene, andiamo avanti.

Oggi torniamo indietro alla Roma post-imperiale, o comunque alla Roma d.C., dato che tuttora si discute sia sulla paternità dell’opera che vi presentiamo (dotti uomini ritengono che non ne sia stato l’autore quell’elegantiarum arbitrae di cui parla Tacito) sia, di conseguenza, sulla sua vera datazione. Parliamo del Satyricon, tradizionalmente attribuito a Petronio Arbitro (leggendo la definizione di Tacito noi poveri plebei avremmo fatto due più due e liquidato la faccenda senza scomodare i massimi sistemi, ma i dotti, si sa, hanno sempre l’ultima parola), cortigiano di Nerone fatto suicidare dallo stesso imperatore in quanto sospettato di aver preso parte alla congiura di Pisone: un libro che narra le funamboliche vicende di due studenti squattrinati, Encolpio e Ascilto, e dell’avvenente ragazzino che si contendono, Gitone. È un vero e proprio trionfo di volgarità, scene grottesche e ironia a non finire (in altri termini, un resoconto realistico, per quanto caricaturale, delle porcate che si consumavano nei bassifondi dell’Urbe e tra gli esponenti della Roma-bene), dunque adattissimo a celebrare come si deve il nostro post numero cinquanta.
Per la comprensione del passo che segue giova far presente alla gentile utenza che il protagonista e voce narrante Encolpio è stato maledetto dal dio Priapo per averne profanato il culto in più di un’occasione, e per questo si ritrova impotente. Dopo varie vicissitudini finisce, insieme ad Ascilto, nella casa di Quartilla, prostituta nonché sacerdotessa di Priapo, e del suo codazzo di ancelle, con le quali variamente si trastulla. Poi, finalmente, arriviamo al capitolo XXII del primo libro e la smettiamo una volta per sempre con questa introduzione, che è diventata lunga come un emaki.

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Una scena della leggendaria "Coena Trimalchionis" trat-
ta da Fellini Satyricon (1969)
22  Mentre Ascilto, stremato da tutte quelle avventure, non si reggeva più in piedi dal sonno, l’ancella da lui prima ingiuriosamente respinta gli sfrega tutta la faccia con della fuliggine e gli tatua sui fianchi e sulle spalle tanti bei cazzetti senza che lui se ne accorga. Anch’io, stremato com’ero da tutti quegli accidenti, comincio a pregustarmi il piacere di un sonnellino. Lo stesso fa la servitù dentro e fuori la sala da pranzo: c’è chi si stravacca tra i piedi degli invitati, chi invece ronfa accasciato contro le pareti, mentre altri se la dormono in piedi sulla porta, testa contro testa, mentre le lampade, con l’olio ormai quasi finito, spandono una luce fioca e tremolante. In quel momento due schiavi siriani entrano nella sala da pranzo per portarsi via una bottiglia: mentre se la contendono con la bava alla bocca in mezzo a tutti quegli argenti, la bottiglia sgraffignata cade e va in mille pezzi. Insieme a tutta l’argenteria crolla a terra anche il tavolo e capita che un bicchiere schizzato in aria per poco non mandi al creatore una serva stravaccata su un letto. Per la botta la tipa caccia un urlo e automaticamente stana i ladri svegliando parte della gente ubriaca. I due siriani venuti a fare il colpo, quando si vedono scoperti, in un attimo si lasciano cadere ai piedi di un letto, come da copione, e attaccano a russare quasi stessero dormendo da un pezzo.
L’addetto al triclinio, svegliato anche lui, versa dell’olio nelle lampade ormai in riserva, mentre i servi più giovani, dopo essersi stropicciati un attimo gli occhi, tornano alle loro faccende, proprio mentre entra in sala una virtuosa di cembalo che ci sveglia tutti con un colpo di piatti.
23  Il festino riprende e Quartilla invita di nuovo a trincare. La tipa del cembalo fa crescere l’allegria della gozzoviglia.
*1
Entra di nuovo il culattone, uomo di rara demenza e in tutto all’altezza di quella casa, il quale, dopo aver fatto scrocchiare le dita fino a farsi male, se ne esce con questi versi:

Qua, qua radunatevi qua2 mie morbide checche,
avanti, correte veloci, librate nel vento le piante,
veloci di coscia, di natica lesti, di mano sfrontati,
miei vecchi, adorati, castrati di Delo3.

Dopo aver chiuso coi suoi versi, mi sbava la faccia con un bacio schifosissimo. Poi mi salta sul letto e mettendocela tutta riesce a spogliarmi anche se io non voglio, e si dà molto da fare, e a lungo, con le mie parti basse, senza grossi risultati. Dalla fronte fradicia di sudore gli colano rivoli di belletto, mentre nelle grinze del viso c’era tanto di quel fondotinta4 che l’avresti scambiato per un muro scrostato dalla pioggia battente.
24  Non riesco a trattenere più a lungo le lacrime5 e, arrivato al colmo dell’avvilimento, esclamo: «Mia signora perdonami, ma avevi ordinato di portarmi il vasino6?». Lei batte con grazia le mani e replica: «Ma che tipo sottile e che spirito da uomo di mondo! Ma come? Non avevi capito che qui i culattoni li chiamiamo vasini?». Poi, perché ce ne fosse anche il mio socio, osservo: «Ma abbiate pazienza: possibile che su questo divano Ascilto sia l’unico a essere lasciato in pace?». «Allora» risponde Quartilla, «portate il vasino anche ad Ascilto!». A queste parole il culattone cambia cavallo e, saltando addosso al mio compare, se lo lavora a colpi di chiappe e di baci. Gitone, che era in piedi lì in mezzo, si sbellicava dal ridere. Quartilla, dopo averlo avvistato, si informa per filo e per segno di chi sia il ragazzino. E quando io specifico che è mio fratello7, lei ribatte: «Perché allora non mi ha baciata?». Lo chiama lì da lei, gli si attacca alla bocca. Poi, ficcandogli le mani sotto il vestito, e tastandogli l’arnese ancora in erba, commenta: «Questo verrà bene da antipasto nell’orgia di domani: oggi che mi sono beccata una mazza asinina, di robetta così ne posso fare a meno».
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Presunto ritratto di Petronio: quel pizzetto sba-
razzino, tuttavia, lo rende alquanto improbabile
25  Mentre diceva queste cose, Psiche8 ridendo le sussurra all’orecchio qualcosa che non riesco a capire. «Ma certo», esclama Quartilla, «è proprio un ottimo suggerimento. Non è forse una magnifica occasione per far sverginare la nostra Pannichide?». Fanno entrare una ragazzina abbastanza graziosa e che non dimostra più di sette anni, la stessa che era entrata nella nostra camera insieme a Quartilla. Tutti applaudono e chiedono che si celebrino le nozze; io, invece, rimango di sasso e dico che né Gitone, ragazzo quanto mai rispettoso, avrebbe avuto il fegato di commettere una simile porcata, né la ragazzina aveva l’età per sostenere da donna fatta un assalto in piena regola. «Non crederai mica» interviene Quartilla «che questa qui sia più giovane di quanto ero io la prima volta che mi è toccato andare con un uomo? Che Giunone mi strafulmini, se ho perso il mio onore coi coetanei, poi, col passare degli anni, me la facevo con ragazzi sempre più grandi, e così fino ad oggi. Anzi, credo che proprio di lì venga il proverbio che dice “chi riesce a reggere un vitello, domani potrà sollevare un toro9”». Così, per evitare che al fratellino possa succedere qualcosa di peggio lontano da me, mi alzo per assistere alla cerimonia nuziale.
26  Psiche aveva già avvolto la testa della ragazzina nel velo nuziale rosso porpora, il culattone ci stava già facendo strada con la torcia in mano, e le donne, ubriache com’erano, applaudivano schierate in fila, mentre sul letto avevano già sistemato la coperta destinata allo stupro10. Quartilla allora, più infoiata ancora da quella messinscena, si alza anche lei, afferra Gitone per mano e lo trascina in camera.
A dir la verità la cosa non fa granché schifo al ragazzo, né sembra che la bimbetta si spaventi a sentir parlare di nozze. Così, mentre i due si buttano a letto dopo esser stati chiusi dentro, noi ci sediamo di fronte alla porta della stanza, e Quartilla è la prima che, ficcando il suo occhio vizioso in un foro praticato apposta, spia con morbosa curiosità i giochetti dei due poppanti. Poi, con tocchi sinuosi, spinge anche me a contemplare quello spettacolo, ma, siccome così facendo ci sfioriamo la faccia, lei – non appena la scenetta ha un attimo di tregua – sporge in quell’attimo le labbra e come di nascosto mi slinguazza10 furtiva la bocca a colpi di baci.
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1. Gli asterischi indicano una porzione mancante di testo. Sfortunatamente del Satyricon ci è giunto a malapena il 30% perché in epoca medievale è stato violentato dalla censura degli amanuensi.   2. In latino Huc huc convenite nunc.   3. Isola delle Cicladi, sede di uno dei più importanti santuari dedicati ad Apollo.   4. In latino cretae.   5. Encolpio è frustrato perché la maledizione di Priapo non gli permette di godere dei favori di questo cinaedus (il «culattone», insomma).   6. Nel testo embasicoetas, parola di derivazione greca che più o meno significa «coppa per il bagno». In latino si usava di frequente come sinonimo di omosessuale.   7. Sta mentendo. In realtà, secondo quanto si può ricostruire della trama mancante, Encolpio ha conosciuto Gitone in un santuario di Priapo, forse a Marsiglia.   8. Una delle ancelle di Quartilla.   9. Un proverbio effettivamente esistente di cui conosciamo la versione estesa (cfr. Quintiliano I 9, 5): «Milone, che si era abituato a reggere un vitello, lo reggeva anche quando si era fatto toro».   10. In latino verberabat (lett. «percuoteva»), reso al presente.

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Il testo in italiano (tradotto da Guido Reverdito) e parte delle note sono tratti dalla versione della Garzanti, collana “I grandi libri”. Sì come grande è il nostro orgoglio nel dirvi: andate in pace, guidate con prudenza e usate le precauzioni prima di fare all’amore con chicchessia. A presto, gente. Cinquanta di questi post!

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