16/03/13

XLVIII. I greci lo fanno meglio


Buon pomeriggio a tutti! Come state? Anche voi subodorate la primavera? Anelate di già al ritorno di Zefiro sulle vostre braccia ammantate di cotone? Ebbene, oggi vi faremo assaporare un anticipo metafisico della bella stagione pubblicando una gustosissima carrellata di epigrammi dell’Antologia Palatina (volume quinto, dedicato agli erotici). Come? Il nome non vi è nuovo? Eh no, perché abbiamo già scodellato su questo blog qualche epigramma tratto dalla celeberrima raccolta di Costantino Cefala, quando ancora il nostro layout era una pergamena ingiallita e stentavamo a segnare le trenta visualizzazioni al mese (traghettatevi qua per ulteriori info). Siamo convinti che questo deʒavy vi farà piacere: come scrisse il “buon” Luigi Siciliani, «Questi canti d’amore, su cui le Cariti [le Grazie, ndr] versarono il più luminoso dei loro sorrisi, non irretiti dalle complicazioni cerebrali e sentimentali tanto care ai molti poeti moderni, l’arte dei quali respira la nevrosi, mi hanno aiutato a vivere meno amaramente; e benché qua e là sentano di lucerna, di fronte alla poesia moderna odorano grandemente di spicanardo». Insomma, se queste cose le diceva nientemeno che il sottosegretario alle Belle Arti del governo Mussolini (è vero; non ci stiamo inventando nulla), nonché amico intimo di Gabriele D’Annunzio, le si può prendere per buone, no?
Ecco a voi una squadra di calcio di componimenti di autori vari, a ciascuno dei quali andrebbe consacrato un centinaio di altari per arguziatrivialità e patetismo che tanto ci aggradano, e che fanno di Uroboria il bordello digitale che è. Ici, vous allez.

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Un'edizione dell'Antologia Palatina V con
la speciale copertina disegnata da Levi's

Epigramma XXXVI – Giudizio secondo1 – Rufino2

Ròdope e Rodoclèa insieme con Mèlita a lite
vennero su chi avesse inguine più perfetto.
Giudice ne fui scelto, e come le tre somme dee3
stettero esse ignude, nettare respirando.
E di Ròdope il pube, d’onore assai degno, splendeva
come rosaio mosso da sereno zeffiro.
Ma in Rodoclèa cristallo pareva, di fresco lustrato4,
come in un tempio la recente statua.
[…]
Bene io sapendo quanto Paris soffrì pe’l giudizio
tutte e tre le cinsi d’un immortale serto.

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XLV – Aforisma – Cillattore5

Vergine giovanetta moltiplica il gruzzolo scarso
non con l’arte propria, ma con la sua natura6.

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XLVI – Dialogo semplice – Filodemo7

– Salve. – E anche tu salve. – Qual è il tuo nome? – Ed il tuo?
– Che t’importa? – E del mio? – Hai tu qualcuno? – Sempre
ho qualcuno che m’ama. – Non vuoi tu quest’oggi cenare
meco? – Se tu vuoi. – Bene, e verrai per quanto?
– Niente darmi prima. – Ciò è strano. – Ma quel che ti pare,
dopo avermi provata, dammi. – Non dici male:
dove di casa stai? Manderò. – Là, guarda. – E verrai?
– A qualunque ora. – Subito voglio. – Avanti!

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LX – Il lavacro – Rufino

Vergine piè d’argento lavava le poma8 sua belle,
mammelle dalla pelle pari a cagliato latte;
e le rotonde cluni9 le si inarcavano entrambe,
sobbalzando molli più che non faccia l’onda.
L’esuberante Eurota la mano distesa copriva,
non tutto, no! ma solo quanto se ne poteva.

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LXI – Giornata erculea – Rufino

Con Filippa, che nere ha le ciglia, al palo io giocavo10;
ridendo di gran cuore, soavemente dissi:
– Dodici volte quest’oggi colpita io t’ho, ma domani
di più, o altrettanto ti colpirò di nuovo! –
Quando il seguente giorno chiamata ella giunse, ridendo:
– Oh, se anche per la notte fossi restata! –
dissi.

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XCII – Una superba – Rufino

Per la beltà superba è Ròdope. – Salve! – le dico
ed ella mi risponde con corrucciate ciglia.
Se le sospendo alla porta corone odorose di fiori,
con i superbi piedi ella me le calpesta.
Rughe, intolleranda vecchiezza, affrettatevi dunque!
Forse almeno voi Ròdope piegherete.

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CXI – Meditazioni su Terìna – Antifilo11

Già fin da prima io dicevo, quand’erano ancora infantili
di Terìna gli incanti: – Tutti arderà cresciuta. –
E fu deriso il profeta. Ma ora quel tempo ecco giunto
di cui parlavo e onde presentii la ferita.
Ora che fare? A guardarla mi sento bruciare, e a fuggirla
è un tormento! Pregarla? Vergine essa è!... Son morto.

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CXX – Il rimprovero della peccatrice delusa – Filodemo

Di mezzanotte, frodando il mio compagno di letto,
giunsi a te bagnata dalla spessa pioggia.
E senza avere l’opra fornita12, noi muti giacendo
dormiamo, come solo dopo dormir si deve?

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CCXLII – L’impresa pericolosa – Eratostene Scolastico13

Vedi Melìta, e un pallore mi corse sul viso: il marito
presso di lei veniva. Trepido questo chiesi:
– Posso del tuo portone tirare le sbarre e allentare
quindi la stanghetta dei battenti vostri,
e del vestibolo duplice entrare nell’umida soglia,
ficcandovi la punta del chiavistello in mezzo?14 –
Ella ridendo rispose, e obliqua guardava quell’uomo:
– Non toccar la soglia, ché l’apparecchio arrischi. –

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Ma cosa diavolo...?

CCXCIV – L’avventura – Agazia Scolastico15

Vecchia astiosa dormiva a quella vicina fanciulla
d’accanto, bieca il dorso per mezzo al letto stesa,
come uno spalto inaccesso: e al pari di torre coperta
dalla larga veste era la fanciulletta.
Ed una serva feroce, rinchiuse le porte, sull’atrio
giaceva appesantita, ebbra di vino puro.
Ma non io n’ebbi timore: poiché, di sui cardini lieve
sollevando l’uscio, senza stridore apersi,
e gli accesi fuochi con breve agitare del pallio16
spensi, e dentro il talamo, penetrando obliquo,
l’addormentata sua guardia sfuggii, poiché giunsi a quel letto
dal basso, sulle stuoie col ventre mio strisciando;
e a poco a poco m’alzai là dove era accessibile il letto:
e da vicino il seno della fanciulla stretto,
m’impadronii delle poppe e mi dilettai del suo volto,
nutrendo delle molli labbra l’irsuta bocca.
E mi serviron da preda le labbra bellissime, e il bacio
m’ebbi come insegna della notturna lotta.
Pur non distrutto ho ancora il suo verginale baluardo,
né l’ho ancora stretto con un tremendo assedio.
Ma, se altra volta oggetto sarà di contesa e di lotta,
rase cadranno al suolo le verginali mura,
né mi terranno gli spalti: allora, quand’io l’abbia in pugno,
t’intreccerò corone, Venere vincitrice.

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CCCVI – La sfrontata e il timido – Filodemo

Piangi, gemendo balbetti, m’osservi ogni sorta di cose,
geloso sei, mi tocchi spesso, mi baci molto.
Queste son cose d’amante. Ma quando io ti dico: «Son pronta»,
te ne stai lì. Ti manca, sì! per amarmi, il meglio.

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Uno scherzo da bar vecchio
come il mondo
1. “Sequel” dell’epigramma XXXV che abbiamo già pubblicato.   2. Di questo depravatissimo poeta non si conosce nulla; potrebbe aver vissuto nel primo periodo Bizantino (II secolo d.C.). Ha composto 38 epigrammi circa in tutto.   3. Il riferimento è mito del giudizio di Paride (Paris), giovine e arrapato pastore deputato alla scelta della più bella tra Era, Atena e Venere.   4. Intende dire che se l’era depilata, in buona sostanza.   5. «Incerto il luogo di provenienza, nessun indizio, nessun appiglio. Si dichiara ‘mimo minimo’ e parla magnificamente – i suoi amplessi fornicativi con Oxiria durano in media 6/7 ore –. Poi, per raggiungerci, corre, con Oxiria sulle spalle.» [Da Ecfrasi 1970 in Undu Palermo – Arti e comunicazione, febbraio 2009. Chapeau!]   6. In greco φύσις, che significa ‘natura’ nel senso di ‘indole’ così come nel senso di ‘vagina’. Capito il giuoco di parole?   7. Filodemo di Gàdara, venuto al mondo intorno al 110 a.C.   8. Le tette, a voler essere rozzi.   9. Il culo, a volerlo essere ancora di più.   10. In greco κόνδαξ o κόνταξ, ‘contace’, sorta di giavellotto spuntato che qui assume una deliziosa connotazione sessuale.   11. Poeta bizantino (I secolo a.C. – I secolo d.C.). Cfr. una resa in italiano più moderna in parodos – poesie d’amore: ne val la pena!   12. Filodemo era fin troppo elegante.   13. Semisconosciuto, anch’egli nato a Bisanzio, vissuto a metà del VI secolo d.C. Uno tra i più dotati, senza se e senza ma.   14. In altre parole: «Non è che potrei mettere il mio pene dentro la tua vagina?» Piuttosto diretto, eh? Ma è risaputo che i trombeur de femmes sono particolarmente arditi.   15. Ca. 536-582 d.C. È autore, oltre che di un Ciclo a più mani di epigrammi, di una Storia in cinque libri – continuazione delle Storie di Procopio – e delle Dafniache, opera erotica in nove libri.   16. Mantello di lana.

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Ho il piacere di annunziarvi, in chiusura e con buona pace vostra, che questo è probabilmente il post più lungo di Uroboria, dove per ‘post’ si vuole intendere effettivamente la pubblicazione e non qualcos’altro. È bene specificarle certe cose, dopo tutto quello che vi abbiamo fatto leggere finora. Perché voi valete.

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