18/12/12

XLV. La degustatrice folle

Buondì, amici del serpente che si mangia la coda. Natale si approssima ogni secondo di più – anche se non confidiamo di arrivarci, dato che, come ormai tutti sanno, il 21 dicembre la Terra esploderà –, e noi non potevamo non celebrare l’evento a modo nostro, in perfetto stile Uroboria. Crediamo di esserci riusciti anche quest’anno.
Oggi parliamo di Santa Margherita Maria Alacoque (Verosvres 1647 – Paray-le-Monial 1690), una tizia, per i non praticanti delle cose cattoliche, alla quale si deve il culto del Sacro Cuore di Gesù. Di sicuro anche voi, nei giganteschi agglomerati urbani o nei paesi sperduti in cui vivete, avrete una decina di chiese intitolate appunto al Sacro Cuore: ecco, ora sapete a chi dare la colpa. Perché dovremmo occuparci di santi?, starete pensando. Ebbene, questa signorina ricevette l’ordine, da parte di un gesuita fanatico nonché suo padre spirituale – con tutte le implicazioni perverse che la faccenda comporta –, di scrivere una propria biografia, nella quale emergono alcuni squisiti particolari che fanno di Margherita una vera e propria campionessa del grottesco.
La nostra fanciulla, che – scrive – si votò alla squadra vincente di Gesù sin dalla più tenera età, senza comprendere minimamente il significato della parola “castità”, soffriva di allucinazioni, e in forza di ciò, nelle sue frequentissime visioni mistiche, si intratteneva spesso con Cristo e la Madonna, che l’avevano presa a ben volere e facevano di tutto per renderla un vero e proprio angioletto. Di qui i nobili consigli che il Nazareno e la Mater Prudentissima non mancavano di darle e gli ordini che le imponevano; il tutto nel nome della più perfetta santità.
Non a caso Margherita Alacoque è morta alla veneranda età di 43 anni, tra un'auto-flagellazione e l'altra.
Il passo che segue è tratto dalla Vita della Venerabile Madre Margherita Maria Alacoque, Venezia 1784. Evitate ogni commento, per cortesia.

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Gesù lancia una serie di attacchi energetici
contro la sua amata per metterne alla prova
la devozione
[…] Il mio Signore non volea ch’io neppure un incontro di tali mortificazioni trascurassi: e se talora io il trasandava per il grave orror, che sentivane, faceva il mio Signore, ch’io gliene pagassi il doppio. E qualora egli volea da me alcuna cosa in conto eseguita, sì fortemente spronavami, ch’io finalmente ceder dovea. Era per me questo un fonte di molti dolori, l’aver cioè adoprato spesso i miei sforzi a resistergli, allorché volea far di me prova in quel dato genere, che più era contrario alla mia indole, ed alle mie native inclinazioni, le quali voleva, che direttamente affrontassi, e combattessi.
Era io delicata a segno, che anche una lieve immondezza moveami nausea. Di un cotal vizio il Signore ripresemi sì gravemente, che una volta accingendomi a pulire il suolo dal vomito d’un’ammalata, non potei contenermi di tergerlo colla lingua, e di trangugiarlo, al mio Signore dicendo: Se mille corpi avessi, mille amori, mille vite, tutto ciò a voi ben volentieri immolerei, per esser tutta vostra. In quell’atto tali, e tante delizie io provai, che simili occasioni ogni dì avrei voluto rinvenire, affine1 d’imparare innanzi a Dio solo a superarmi. Ma la di lui Bontà, da cui riconosco la fortezza, onde mi vinsi, mi attestò il gran piacere, che aveva per tal mia vittoria provato. Perocché nella notte, se mal non mi appongo, che immediatamente seguì, per due o tre ore incirca tenne la mia bocca applicata alla piaga del Sacratissimo Suo Cuore, e mi sarebbe molto difficile spiegare gli effetti, che nell’anima mia, e nel mio cuore tale grazia operò. E tanto basti per far palese la grazia della bontà, e misericordia del mio Dio verso una creatura sì vile.
[…] Un’altro2 giorno avendo con qualche nausea servita un’inferma di dissenteria, ei3 me ne diè una sì forte riprensione, ut lasanum exportans, adactam me, huius culpae sarciende causa, senserim ad linguam longo temporis intervallo intingendam in eas sordes, quas aegrota egesserat, et ad buccas iisdem implendas4. Appresso il Signore dolcemente, ed in amichevol modo mi rimproverò di far tali cose: Ed io, O mio Signore, gli dissi, così fo a fin di piacervi, e di così obbligarmi il cuor vostro divino, e tanto spero io conseguire da voi. Ma che non faceste voi, mio Signore, per guadagnarvi i cuori degli uomini, che vel niegano, e da sé spesso vi scacciano? “Il confesso, o mia figlia, che fui sospinto dalla potenza dell’amor mio a segno di tutto sagrificare per la lor salvezza, benché al mio amore con niuna dimostrazione di gratitudine essi rispondano. Or voglio che da’ meriti del mio Sacratissimo Cuore tal ingratitudine tu misuri. A te io voglio darlo questo mio Cuore.”
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1. al fine.   2. Sic, ovviamente.   3. egli, cioè Dio.   4. «per riparare a questa colpa, mi vidi costretta, mentre andavo a buttar via ciò che quella aveva fatto, a bagnarvi a lungo la lingua dentro e a riempirmene la bocca.» Traduzione non nostra.

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Sperando che non abbiate letto questo meraviglioso saggio di sobrietà mentre stavate facendo colazione, ci auguriamo che Santa Claus (o in alternativa, per i più tradizionalisti, i tenerissimi Krampus) sia benevolo con voi e vi porti un sacco di giocattoli colorati. E, ovviamente, che la fine dell’anno strabordi di buoni propositi da non realizzare mai. Ah, ma tanto il mondo salterà in aria fra tre giorni. È stato bello conoscervi.

4 commenti:

  1. Dopo "sic" non ci va il punto, è "così" in latino, analfabeta! Tra l'altro potevi dirlo prima di non leggerlo durante colazione, quando sono arrivato al consiglio era ormai troppo tardi.

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  2. Dove l'hai visto il punto, balordo?

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  3. Aggiorna i post dopo i commenti, bravo, bravo.

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