28/04/12

XXXV. Le Chanson de Cochon


Ve l’avevamo promesso, ed eccoci qua. Questa sera Uroboria va a celebrare uno degli animali simbolo della cultura alimentare italiana, che tra l’altro abbiamo già avuto occasione di omaggiare: stiamo parlando del maiale. Abbiamo scelto il contributo di uno sconosciuto poetastro del Settecento, tal Giuseppe Ferrari – in arte Tigrinto Bistonio –: passi selezionati da un paio di capitoli berneschi che il nostro eroe ebbe occasione di scrivere dopo aver preso parte ad un copioso banchetto, e confluiti in una raccolta denominata Elogi del porco. L’opera si trova in formato .pdf con una facilità imbarazzante; è stata trascritta piuttosto male e si trascina dietro una miriade di refusi, tanto che alcuni punti sembrano all’apparenza privi di senso. Noi, che non possiamo fare il confronto con nessun altro testo, siamo andati a intuito e abbiamo cercato di aggiustare l’aggiustabile, sperando che in futuro esca fuori una versione decente.
Signori, a voi.

***

GLI ELOGI
DEL PORCO
CAPITOLI BERNESCHI
DI
TIGRINTO BISTONIO
P.A., E ACCADEMICO DUCALE
DE’ DISSONATI DI MODENA

IN LODE DEL PORCO
CAPITOLO I.

(vv. 1 – 42)

Musa non ingrugnar; taci un momento:
Oh! questa volta nò non me l’accocchi,
Se non la sputo già crepar mi sento.

In argomenti, o perigliosi, o sciocchi,
Io non ti azzardo: e poi, Signora mia,
Ognun può far de la sua pasta gnocchi.

Dielsà se tenga a onor tua compagnia;
Ma se mi fai dell’Aristarco addosso,
Oh! Bacia il Chiavistel, vattene via.

Io mi son un, che mai non bevo grosso,
La dico qual la sento, o adesso, o poi,
E so senza di quel, che aver non posso.

Credi che un Vate i movimenti suoi,
L’Estro, l’ardir dal tuo favore attenda?
Pianta queste carote ai greci tuoi.

Pria che sua spoglia ad informar discenda
Alma quaggiù, fra le rotanti sfere,
Forz’è, che d’armonia tutta s’accenda;

E se talor noi la vediam giacere,
O schiva, o indifferente al suono, al canto,
L’organo è in colpa, a cui dee soggiacere.

In vita mia non m’hai fatto altrettanto;
Basta; intendevi: il favellare or torco
Al grande Eroe, ch’or su mie rime ha il vanto.

Parlo di Te, mio rispettabil Porco,
Onor de la quadrupede famiglia,
Benché di fuori impiastricciato, e sporco;

Ché tu vivi alla buona, e senza briglia
Di moda, e servitù, che tanto annoja;
L’usanza tua di libertade è figlia;

E Plinio insegna, che un calor da Boja
Sempre t’investe, ond’è, che poi ti piace
Nel Pantano smorzar sì crudel noja.

Roma, Epidauro1 con sua buona pace
Adorár Serpi; idolatrò l’Egitto
Gatti, Cipolle, e il Coccodrillo edace:

Lodò l’Orzata in voce, ed in iscritto
Ippocrate2; e Caton3 quel fier Romano,
Per un Cavolo sol sariasi fritto.

Diocle4 alla rapa, e il Vate5 sovrumano
Primo Cantor delle Trojane imprese
Fece a’ Topi, e a’ Ranocchj onor sovrano6.

[…]

(vv. 64 – 102)

Ma dove incominciar tue lodi ornate?
Tu solo nasci al bene universale,
E sei nella natura un altro Acate7.

Per giovare a ciascuno a Te non cale
Menar tuoi giorni più d’un anno, e mesi,
E ti soggetti a un colpo capitale.

Tu se’ venduto a oncie, a libbre, a pesi,
E sino i peli tuoi al Villanello
Sono un tesor sul Canovajo stesi,

E se non è Galeno8 un Ravanello,
Solea un Atleta insin da fanciullino
Mangiar tue carni, ond’esser forte, e snello.

Sembri raschiato un candido Armellino,
E sembri aperto ricca Galleria,
A pompa, e gloria del saper divino.

Son tutte le tue parti in simmetria,
E la Macchina tua si estima assai,
Dalla tagliente rossa Notomia9.

A ogni figura accomodar ti sai,
Arrosto, Fricandò10, Lesso, Bragiole,
E sempre piaci, e non disgusti mai.

Mastro lo Cuoco senza te non suole
In Pranzo signoril figurar bene,
Ne fa scialacquo, ed il Padron sen duole.

Ma se da le tue carni a noi sen viene
Il non plus ultra de la Meraviglia,
Il Cotichin, che più bramar conviene?

Oh Cotichin, null’altra a Te somiglia
In fragranza, e in sapor vivanda eletta!
Quando tu giungi inarca ognun le ciglia.

I grati effluvj ad assorbire in fretta
Si spalancano i tubi ambi nasali,
E un oh comune il godimento affretta;

E tosto in bocca, e giù per li canali
Delle gole bramose l’acquolina
Si sentono venire i commensali:

E fossevi ancor latte di gallina,
Ed in piatto real vergin Fagiano,
A te la preminenza si destina.

***

Questa tirata a favore dei suini fece variamente parlare di sé, e ce lo lascia intendere lo stesso Tigrinto, in tono dispiaciuto, mentre scrive un’epistola a messer Giambattista Araldi (matematico di scarsa fama): Un Critico Anonimo […] l’ha cannonato [questo primo capitolo] a subisso spiatellatamente. A dire il vero tanta franchezza m’ha sorpreso, e tanto più, che trattavasi di cosuccia privata, e giù alla buona. […] Quel che mi consola, si è, che potrei darmi alle mosche in qualche maniera; ma per non entrar nell’un via uno, e così non finirla mai più, me la ingojerò in santa pace, e chi le ha avute se le tenga, e il ciel lo benedica.
In realtà non si è ingoiato un bel niente, visto che quella missiva altro non era che una dedica, preludio ad un’altra crociata in favore dei porci. Espletate tutte le formalità del caso (Ma in tale stato ancora spero, che V. S. Illustriss. non si scandalezzerà poi tanto, che abbia io a rimaner privo della sua buona grazia, che valuto d’assai…), ecco che il nostro autore si lancia in un nuovo, sfolgorante panegirico, di cui vi riportiamo un piccolo stralcio. Dopodiché ci salutiamo, perché già dubitiamo che riusciate ad arrivare in fondo a questa badilata di roba; figuriamoci poi se ci aggiungiamo il classico, e insignificante, commiato finale.

***

RISPOSTA CRITICA, E SUSSIDIARIA
AL CAPITOLO

IN LODE DEL PORCO.

(vv. 175 – 204)

Nell’Umbria, e nella Marca ogni mattino,
Che sia festivo, in mezzo alla Piazza
Havvi di cotti arrosti un magazzino,

Per cui la Povertà con poco sguazza
Senza far di pignatta in la giornata,
E in tre o quattr’ore il Magazzin si spazza.

La Dose di sue carni in Francia è grata,
E in Carta grande, e in Gallico dialetto,
Il Real Cucinier l’ha già stampata.

Cochon de lait à l’Allerand11 = e suo precetto;
Cochon en galantine12 = jambon roti13 =
Boudin blanc, et noir14 = Boccon perfetto.

Che poi di lui non dicon ognidì
Dale, Schroder e James, e Aldovrando15?
Per lui la drogheria s’incivilì.

Come Cignale, un bene memorando
Sa co’ denti, col fiele, e con l’urina,
E sin sterilitade ei mette in bando;

E come abitator d’onda marina,
Pe’ tumor freddi il Grasso suo si dice
Un non plus ultra, una bontà divina;

E al sin di meraviglie una Fenice
Come porco nostran sorz’è che passi,
E chi langue, e chi è sano il benedice.

Per lui l’Imbiancator le spese fassi,
E privo del suo pelo il Calzolaio,
Non sora16 il cuojo, e alle bestemmie dassi;

E sporco, e bianco come un ver Mugnaio
Un abito riman, se sciorinato,
Ei non lo purghi, e noi ritorni gajo.
__________
1. Cittadina greca in area peloponnesiaca, piuttosto famosa tra i cultori dell’Ellade.   2. Ippocrate di Coo, considerato il padre spirituale della medicina. È stato anche geografo e aforista.   3. Si riferisce certamente all’Uticense, simbolo per antonomasia di fortezza d’animo.   4. Abbiamo ragione di credere che stia alludendo a Diocle di Caristo (IV secolo a.C.), medico greco che si occupò di alimentazione e anatomia animale.   5. Omero.   6. Era opinione diffusa che Omero, padre di qualsiasi cosa, avesse composto un poemetto intitolato Batracomiomachia («La guerra dei topi e delle rane»). Per ulteriori informazioni cliccate qua.   7. Eroe della mitologia greca, fidatissimo compagno di Enea. È al comando di una delle navi con cui Enea e i suoi lasciano Troia.   8. Medico greco (Pergamo, 129 d.C. – Roma, 216), teorico dei “quattro umori corporei”.   9. Nel senso di anatomia, quindi la struttura fisica del maiale.   10. Piatto tipico della tradizione lombarda, di derivazione francese. Per quel che ne sappiamo noi si prepara con il vitello, ma come sempre la storia è pronta a smentirci.   11. Maialino da latte, cucinato secondo la tradizione di Allerand (comune francese nel dipartimento della Marna).   12. Maiale in gelatina.   13. prosciutto arrosto.   14. Budino bianco e nero. Probabilmente esisteva – o magari esiste ancora – una pietanza a base di maiale così chiamata.  15. Non sappiamo proprio chi siano questi soggetti. Ai nomi Aldobrando, Aldebrando e Aldobrandino appartengono alcuni santi e beati d’Italia, ma di sicuro non c’entrano una mazza.   16. Potrebbe derivare da sciorare, «espandersi». Ma abbiamo processi di espansione del cuoio? Anche qui buio totale.

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