14/12/11

XXVII. Parvae quaestiones, vol. 2

San Giorgio e il drago (Paolo Uccello)
Uccidi il drago, salva la principessa. Ce lo insegna un idraulico, il quale, pur essendo visibilmente grasso, riesce comunque a compiere spettacolari acrobazie; e prima di costui ci hanno raccontato questa storia in migliaia di salse dello stesso colore, ad esempio quella di San Giorgio che infilza un dragone. Ma chi era San Giorgio; o meglio, in quali vesti era rappresentato iconograficamente? E perché un drago? E cosa c’entra un quadro di dubbio gusto con la tradizione moderna del genere fantasy? Di questo parleremo nel secondo atto di Parvae quaestiones, sperando di farvi evadere, se non altro per qualche minuto, dalla crisi economica, dallo spread e dal rompimento di palle annesso (Bianciardi docet).
Badate bene, quello che vi racconterò non riuscireste a trovarlo in nessun testo cosiddetto “scientifico”, anche perché sono tutte riflessioni che mi sono baluginate in testa mentre inzuppavo biscotti alla panna e cacao dentro una tazza colma di liquido mulatto: dovete quindi partire col presupposto che le mie teorie hanno ben poco labor limae, e soprattutto verrebbero osteggiate a priori da un qualsiasi studioso del genere. Ma se ormai siete degli aficionados di Uroboria – e, per Zeus, lo siete – vi sarete certo resi conto della scarsa considerazione in cui teniamo i professionisti, troppo aridi e assetati di denaro per fornirci un sapere che sia prima di tutto appassionante. Quindi le cose ce le studiamo e componiamo da soli, con buona pace di tutti.
Innanzitutto, cos’è il fantasy? Dobbiamo risalire alle origini e poi ancora più in su, fino all’archetipo delle origini, perché fondamentalmente si tratta di una tradizione letteraria in vita da millenni. Se, infatti, intendiamo per fantasy un’opera in cui personaggi di fantasia interagiscono variamente con le vicende terrene (configurandosi comunque come entità “altre” rispetto agli esseri umani, di solito ad esse subordinati), bisogna andare a scomodare il buon vecchio Omero, perché è stato lui1, per primo, ad aver tradotto con la penna il macrocosmo di divinità cantate per secoli dai rapsodi; senza dimenticare, poi, la saga di Gilgamesh, pilastro della mitologia sumerica, o il patrimonio mitologico egizio. È in queste fasi, in cui all’oggettività storica si mescola la polvere della leggenda, che individuiamo i pionieri della tradizione, decisivi per lo sviluppo di uno dei generi letterari destinato ad evolversi (anche abbastanza drasticamente) di pari passo con i cambiamenti della storia, e a perdurare fino ai nostri giorni con un grandioso successo commerciale. Il mito, infatti, è stato un ingrediente fondamentale per la costruzione di un’identità sociale collettiva quando i primi aggregati di popoli, trovatisi insieme, dovevano pur raggranellare una serie di ragioni per condividere un destino di successi e fallimenti, giustificare un legame, consolidarsi intorno a un passato comune. «La Grecia, anzi l’Ellade, esiste perché qualcuno, figlio di un dio, l’ha fondata. Io non l’ho visto, non l’ha visto neppure mio padre, e non l’ha visto nemmeno mio nonno; ma c’è stato, ed ha compiuto la sua grande missione con il benestare degli dei». Questo avrebbe potuto dire, in termini certo meno grossolani (già immagino le facce allibite di un qualsiasi storico della Grecia antica), un cittadino greco a caso, magari all’alba della vittoria sui persiani, quando tutti abbandonano lancia e corazza sporchi di sangue e ringraziano Zeus e Febo e Atena per essere intervenuti al fianco dei loro prediletti, in un accesso di patriottismo pari solo a quello, patetico, degli americani. Ora, scherzi a parte, vedete bene come mitologia e politica si saldano insieme: Roma è stata fondata da Enea; i Britanni, collassato l’impero romano d’occidente, si sono fatti in quattro per trovare anch’essi un loro illustre antenato, riciclando le tradizioni mitiche altrui; stessa cosa vale per la mitologia nordica e poi giù fino alla terra dei Germani, piena di elfi, folletti, anelli dei Nibelunghi custoditi da feroci creature sputafuoco.
Certo, esiste anche la mitologia cristiana – e qui entriamo nel cuore pulsante della questione. Ripercorriamo brevemente le vicende clou che ruotano intorno al Nuovo Testamento (l’Antico è sicuramente più crudo e appassionante, quindi, se ve lo leggete, non è poi una gran perdita di tempo): Gesù nasce, annunciato a Maria dall’angelo Gabriele; poi cresce, e sulle fasi della sua crescita nessuno dei quattro evangelisti canonici si sofferma, forse per omettere il passaggio dall’infanzia alla pubertà con tutte le metamorfosi ormonali del caso (del resto Gesù era asessuato2); poi inizia a battere a tappeto la Palestina reclutando proseliti, resuscitando morti e curando i lebbrosi; poi la gente comincia a disprezzarlo, perché, insomma, se sei il figlio di Dio, il Rex Iudaeorum o chi vuoi tu, non puoi andartene in giro con un codazzo di storpi e prostitute, e soprattutto non vestito di cenci polverosi: ecco che scatta la persecuzione, il bacio di Giuda, la Passione, l’agonia sulla Croce, la redenzione di Barabba, la morte, la resurrezione e l’ascesa al cielo, alla destra del Padre. Più o meno le cose sono andate così; potete credermi se non avete intenzione di mettervi a spigolare la Bibbia. Ma il nocciolo della questione è un altro: Gesù era figlio di Dio, a sua volta creatore del mondo e di tutte le cose in esso contenute, viventi e non, ed è morto per redimere l’umanità dai propri peccati (non si capisce bene come, ma diamogli credito). Quindi il meccanismo psicologico della mitologia appare ben chiaro: a) tutti gli uomini sono figli di Dio; b) Dio, per mano di Jesus, sua manifestazione terrena, ha voluto assolverli dalle proprie colpe, me compreso. Dunque, in quanto figli di Dio (non necessariamente il Dio dei cristiani: al di là della vicenda cristiana, se procediamo per massimi sistemi, possiamo delineare la struttura elementare di una qualsiasi cosmogonia antica) noi uomini dobbiamo essere fedeli a ciò che Egli, attraverso i propri missionari, ci prescrive di fare. E questa comunione di mitologia e politica sta funzionando ancora oggi, oltretutto a pieno regime.

"Anno del Drago Ubriaco 3476, sedicesima lunazione: abbiamo appena raggiunto la città di Hekvaelon; si intravede la statua del Sommo Sacerdote svettante, nel baluginio del crepuscolo che saluta l'estate in arrivo, sulla cupola della reggia imperiale. La compagnia è allo stremo: Seykal, il nostro arciere, ha contratto la sifilide al secondo giorno di marcia, dopo aver avuto un rapporto sessuale con una pantegana; gli altri membri sono in preda a febbri e disidratazione. Ora dobbiamo raggiungere la locanda 'Rifugio dell'Avventuriero', come ci ha suggerito il troll Jama-jo prima che la mia mazza chiodata sfondasse il suo molle cranio."

Adesso tuttavia lasciamo da parte questa faccenda, e occupiamoci più da vicino dell’argomento della puntata odierna. Subito dopo l’età romana è subentrato il convenzionale periodo definito successivamente Medioevo da un manipolo di snob che si vantavano della loro rinnovata conoscenza degli autori antichi. A dispetto di costoro, il Medioevo, pur essendo stato una fase di pestilenze e accese persecuzioni, ha gettato le basi per la nascita del moderno fantasy, creando una mitologia, funzionale ed evocativa, di donne, cavalier, arme e amori (lo so, l’ha scritto Ariosto, ma ci stava bene lo stesso). In modo particolare la figura del cavaliere, grazie a illustri rappresentanti quali Orlando o Re Artù, è finita col diventare il simbolo per eccellenza della cultura medievale d’Occidente – ma anche d’Oriente, sia pure con caratteristiche diverse –, raccogliendo una quantità vieppiù maggiore di consensi e tentativi di imitazione nel corso dei secoli: per quanto si tratti pur sempre di una parodia, il nobile Don Chisciotte e il suo scudiero rappresentano un’efficace testimonianza di questo trend. Il codice dei duelli divenne materia di discussione nei salotti dorati dei gentiluomini, con tutti i suoi schemi raffinati, il lancio del guanto, la scelta dell’arma, i testimoni e via discorrendo. Non è difficile credere che molti di questi oziosi pancioni con i baffi lisciati a dovere, chiusi nei loro palazzi durante le sere invernali, continuassero a evocare, proprio come il nostro Mancego, le gesta degli uomini che furono, immortalati per sempre in un’aura di gagliarda santità, le lunghe galoppate verso luoghi esotici ed aspri, il colore del sangue rappreso nelle celate baluginanti al sole di mezzogiorno. Il cavaliere, il cavallo e la spada hanno finito con il soppiantare tutto il resto, cosicché questi ideali si sono perpetuati fino all’epoca moderna.
In realtà il cavaliere era o un soldato semplice (un fante, potremmo dire), concettualmente identico ai nostri militari, incaricato dal governo di conquistare terre per impiantarvi i suoi costumi e la sua religione, oppure un signore della guerra che si trovava ad amministrare porzioni più o meno vaste di terra (è il caso dei capi degli uji giapponesi, o dei successivi nonché più prestigiosi shogun: in entrambi i casi, cellule legate all’impero centrale ma che di fatto esercitavano il governo in maniera del tutto indipendente). Tutto qua. Puri e semplici soldatini rivestiti di acciaio che, nella stragrande maggioranza dei casi, finivano sgozzati in battaglia; passavano la vita allenandosi a maneggiare archi, spade e lance, pronti in qualsiasi momento a montare su palafreni bene ornati alla volta del prossimo sterminio di massa. I cavalieri del medioevo occidentale – ci riferiamo a quelli fighi, incensati dalla letteratura, dal cinema e dall’erudizione seicentesca – si ammazzavano sotto l’ala del cristianesimo: buona parte dell’immaginario comune intorno a questi individui è dovuta senz’altro alle crociate, e al fatto che un tale, in epoca posteriore, scrisse La Gerusalemme liberata celebrando in chiave fiabesca una delle più impunite stragi che l’umanità abbia mai conosciuto. I cavalieri, che incarnavano l’intera simbologia della cristianità, si sono così imposti come modelli ideali, finendo col distorcere completamente la realtà dei fatti. Del resto anche Achille ed Enea erano soldati, prima ancora che idoli; e la mitologia tutta, con il suo sistema di valori, ruota intorno a figure-cardine di questo genere come prototipi di coraggio e virtù. Riuscite a immaginare quanto l’Iliade possa condizionare il giudizio dei meno informati sulla cultura greca? Ancora oggi, se andate a chiedere a un qualsiasi sbarbato, vi risponderà che i greci non erano altro che un manipolo di stragisti fottitori di bambini. Il fatto che poi abbiano o meno ragione è un altro paio di maniche.

Un fighissimo cavaliere a bordo del suo destriero
La tradizione fantasy così come la conosciamo si è sviluppata verso la fine del XIX secolo in risposta al positivismo, criticando apertamente un’attitudine alla vita troppo materialista e proponendo un modello diverso, più vicino alla natura e alle antiche tradizioni popolari. Il fantasy deve tutto alla mitologia, sia antica che “moderna” (donne cavalier arme e amori, insomma): senza di essa, il vostro Signore degli anelli o il vostro Harry Potter non sarebbero mai esistiti. Ora, io non voglio biasimare questo genere letterario – per quanto abbia rielaborato una serie di motivi-chiave della tradizione mitologica assai banalmente e superficialmente – come farebbe un qualsiasi dotto con la pappagorgia, anche perché, in fondo, non si pone intenti particolarmente arditi; semmai critico l’abuso che, nel corso degli anni, è stato fatto di questa tradizione, senza proporre mai qualche cosa di nuovo e interessante. Tolkien, se non altro, ultimo di una lunga fila di predecessori, ha avuto il merito di dare un po’ di dignità artistica alla materia, costruendo un mondo credibile dove poter muovere il solito parterre di uomini, mezz’uomini, nani, orchi, alberi parlanti e stregoni dalla millenaria saggezza; ha addirittura inventato un linguaggio vero e proprio (l’elfico), con tutte le sue brave regole sintattiche del caso. Per quanto già ampiamente abusate, le ambientazioni de Il Signore degli anelli possono in qualche modo intrigare anche chi non è appassionato del genere. Ma poi? Una volta data in pasto alla pellicola l’intera opera – che, per carità, è stata trasposta molto bene – è deflagrata la bomba commerciale; la gente ha ricominciato a zeppare i tavolini con i volumi tolkieniani; qualcun altro (ops, altra), nel frattempo, ha frantumato ogni record di vendita con le noiosissime vicende di un baby-mago e i suoi occhiali rotondi; altri ancora cavalcavano l’onda dell’isterismo di massa saturando gli scaffali delle librerie con i soliti draghi e i soliti cavalieri prescelti per farli a pezzi. Avanti così.
Poi, naturalmente, ecco che proliferano le sindromi dell’età dell’oro, con i diciassettenni obesi di turno che leggono Tolkien e credono di conoscere il Medioevo. A parte il fatto che la simbologia medievale è molto complessa, credete poi che la media aetas sia anche solo vagamente affine alle immagini romanzesche che vi propinano? Risposta: no. Il Medioevo è fatto di contadini, gente comune che ogni mattina doveva alzarsi all’alba per governare le bestie, coltivare la terra nella buona stagione e ammazzare il maiale in dicembre (piccola anticipazione della trama della prossima chicca che abbiamo intenzione di proporvi); di mercanti che rischiavano i femori ogniqualvolta si mettevano in carrozza alla volta della più vicina fiera per smerciare tappeti; di fornai che facevano il pane; di calzolai che facevano la fame; di osti, cercatori di funghi, troie, preti, dogi e cancellieri e delegati della Curia, ognuno con i propri grattacapi e col timore mai sopito di morire di peste da un giorno all’altro. Non è esattamente l’idillio di flauti di pan e feste di villaggio che Xena o Frodo Beggins vi vogliono far credere (tra l’altro nessuna donna si sarebbe mai sognata di indossare un’armatura, tanto più se succinta come quella della “principessa guerriera”, pena, come minimo, la mutilazione degli arti e altre amenità nella pubblica piazza).
Ecco perché, in cima a cotanta mostruosità, si parlava di San Giorgio che uccide il drago: perché, secondo me, è una delle immagini più suggestive che noi moderni, specie i più sensibili alle bombe di mercato, possiamo conservare del passato. Ciò non toglie, naturalmente, che anche il fantasy possa farsi portatore di un messaggio concreto, proprio come una qualsiasi opera d’arte; però bisognerebbe riconsiderare il tutto con criterio, non trovate anche voi?

Giusto per fugare ogni dubbio al termine di cotanto sermone appassionato e pieno zeppo di imprecisioni storiche: a noi il fanta-Medioevo piace. Anzi, a proposito: se qualche anima pia vuol regalarci l’ultimo capitolo di The Elder Scrolls per Playstation 3 gliene saremmo infinitamente grati. *Fischietta con imbarazzo*
Ehm… guardate che ci piace unicamente per la poesia dei passaggi, la bellezza incontaminata dei boschi, le possibilità di esplorazione! Siamo persone serie, per Ercole.
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1. Se poi siete tra quelli che pensano che Omero non sia mai esistito, fate conto di non aver letto nulla.   2. Oppure potete credere alla raffinata teoria di Dan Brown.

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