08/12/11

XXVI. Vita da strega

Cari amici, cari nemici, siete pronti a dissetarvi nuovamente presso la nostra fonte di saggezza? Quest’oggi il Grottesco ci porta ancora una volta nella sfavillante Roma, per mezzo della penna di uno dei suoi artisti più apprezzati: Orazio!
Come?
Orazio Cavezza (il cavallo)
No, non l'equino amante di Clarabella, che pure, a mio avviso, va tenuto in gran conto per le sue notevoli competenze nella carpenteria (chi volesse approfondire la questione non può mancare l’appuntamento settimanale con Topolino); bensì uno scrittore di satire attivo sul finire del periodo repubblicano dell’Urbe.
Quinto Orazio Flacco (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. - Roma, 27 novembre 8 a.C.), seguendo le orme di una tradizione letteraria inaugurata (pare) da Ennio e portata all’apice del successo da Gaio Lucilio, è appunto famoso per i suoi attacchi – in versi – al malcostume della società: e questo è, in buona sostanza, il sugo delle satire; ma non pensiate che, a causa di esse, siano saltate chissà quante poltrone, perché certo il nostro caro Orazio si guardava bene dal fare nomi illustri. Le critiche erano dunque spalmate sul panino della borghesia mercantile, di famiglie i cui esponenti più giovani si ubriacavano prima di sera, di scioperati, imbonitori, zoccole, cantori alla moda, evocatori di non-morti e così via: ne emerge un quadro felicissimo del lato oscuro di Roma, Liberty City d’altri tempi; e voi sapete bene quanto ci piace sguazzare in questa roba. Poiché l’8 dicembre di quest’anno si festeggia il MMLXXVI anniversario della sua nascita, noi vogliamo rendergli omaggio a modo nostro: pubblicando cioè una delle sue satire meno famose ma più brillanti, l’ottava del primo libro.
Perché, sì, ormai tutti sanno che «est modus in rebus» (Sat I 1, 106), conoscono l’episodio dell’incontro con lo scocciatore (I 9); ma se pensate di aver già scoperto i suoi lavori migliori non posso che rimandarvi al nudo testo, che sta per dispiegarsi sotto di voi. Un’ultima osservazione: per una sorta di tacita intesa tra nerd abbiamo pensato di far cosa gradita postando il testo in italiano accompagnato dall’originale latino. Sparateci pure in testa dal tetto di una lavanderia se così non è stato.

***

VIII

Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum,
cum faber, incertus scamnum faceretne Priapum,
maluit esse deum. deus inde ego, furum aviumque
maxima formido; nam fures dextra coercet
obscaenoque ruber porrectus ab inguine palus,
ast inportunas voluceres in vertice harundo
terret fixa vetatque novis considere in hortis.
huc prius angustis eiecta cadavera cellis
conservus vili portanda locabat in arca;
hoc miserae plebi stablat commune sepulcrum;
Pantolabo scurrae Nomentanoque nepoti.
mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum
hic dabat, heredes monumentum ne sequeretur.
nunc licet Esquiliis habitare salubribus atque
aggere in aprico spatiari, quo modo tristes
albis informem spectabant ossibus agrum,
cum mihi non tantum furesque feraeque suetae
hunc vexare locum curae sunt atque labori
quantum carminibus quae versant atque venenis
humanos animos: has nullo perdere possum
nec prohibere modo, simul ac vaga luna decorum
protulit os, quin ossa legant herbasque nocentis.
vidi egomet nigram succintam vadere palla
Canidiam pedibus nudis passoque capillo,
cum Sagana maiore ululantem: pallor utrasque
fecerat horrendas adspectu. scalpere terram
unguibus et pullam divellere mordicus agnam
coeperunt; cruor in fossam confusus, ut inde
manis elicerent animas responsa daturas.
lanea et effigies erat altera cerea: maior
lanea, quae poenis conspecerent inferiorem;
cerea suppliciter stabat, servilibus ut quae
iam peritura modis. Hecaten vocat altera, saevam
altera Tisiphonen: serpentes atque videres
infernas errare canes Lunamque rubentem,
ne foret his testis, post magna latere sepulcra.
mentior at siquid, merdis caput inquiner albis
corvorum atque in me veniat mictum atque cacatum
Iulius et fragilis Pediatia furque Voranus.
singula quid memorem, quo pacto alterna loquentes
umbrae cum Sagana resonarint triste et acutum
utque lupi barbam variae cum dente colubrae
abdiderint furtim terris et imagine cerea
largior arserit ignis et ut non testis inultus
horruerim voces furiarum et facta duarum?
nam, displosa sonat quantum vesica, pepedi
diffissa nate ficus; at illae currere in urbem.
Canidiae dentis, altum Saganae caliendrum
excidere atque herbas atque incantata lacertis
vincula cum magno risuque iocoque videres.


SATIRA OTTAVA

Orazio Flacco (il poeta). Somaticamente non c'è poi
tanta differenza...

Ero un tronco di fico una volta, un legno buono a niente, quando un falegname, incerto se farne uno sgabello o un Priapo1, preferì fossi un dio: e dio da allora io sono, grande spauracchio di ladri ed uccelli; i ladri li tiene a freno la mia mano destra e il piolo scarlatto che mi si drizza dall’inguine impudico2, gli uccelli dannosi li spaventano invece le canne che ho confitte nel capo, a impedire che si posino sui nuovi giardini3.
Prima, i cadaveri gettati fuori da anguste stanzette un compagno di schiavitù li metteva in una cassa da poco, perché fossero trasportati qui4: questo era il cimitero comune che s’innalzava per la plebe miserabile, per Pantolabo il buffone e Nomentano lo scioperato5. Un cippo assegnava ad esso un fronte di mille piedi e una profondità di trecento e vietava che il monumento passasse agli eredi6. Ora, invece, l’Esquilino è salubre ed è possibile abitarvi e andare a passeggio sui soleggiati bastioni, da cui, or non è molto, ci s’intristiva a guardare quel campo sfigurato da un biancheggiare di ossa; e adesso io mi devo curare e dar pena non tanto dei ladri e degli animali avvezzi a tormentare i luoghi come questo, quanto delle donne che sconvolgono con incantesimi e filtri gli animi umani. Costoro non mi riesce in nessuna maniera di mandarle in malora, né di impedire che, non appena la luna errabonda ha mostrato il suo volto leggiadro, raccolgano ossa ed erbe malefiche. Io con i miei occhi ho visto Canidia7, il nero mantello cinto su in vita, slanciarsi, piedi nudi e capelli sparsi, insieme a Sagana8, la maggiore, ululando: il pallore le faceva orrende d’aspetto ambedue. Presero a grattare la terra con le unghie e a sbranare a morsi un’agnella nera; il sangue era versato nella fossa, per evocarne i Mani9, anime che avrebbero dato responsi. Con sé avevano un pupazzo di lana ed un altro di cera; quello di lana era più grande perché, a forza di castighi, avesse ragione del pupazzo più piccolo; il pupazzo di cera stava in atto di supplice, come chi è destinato a perire alla maniera degli schiavi10. Ecate11 invoca una delle streghe, Tisifone12 crudele l’altra: avresti visto vagare serpenti e cagne infernali, e la luna, fatta rossa, nascondersi dietro le grandi sepolture, per non essere testimone di simili orrori. E se mento in qualcosa, m’imbrattino pure la testa le merde biancastre dei corvi e vengano a pisciarmi e a cacarmi addosso Giulio e Pediazia la femminuccia e il ladro Vorano13. Ma che sto a ricordare una per una le cose: in che modo le ombre, alternando il proprio parlare al parlar di Sagana, emettessero un suono triste ed acuto, e come quelle, di soppiatto, nascondessero sotto terra una barba di lupo e un dente di serpe screziata e come la fiamma bruciasse più viva struggendo il pupazzo di cera e come io di quelle voci da Furie e dei misfatti delle due streghe sia stato testimone inorridito, ma non senza vendetta. Infatti il mio legno di fico si crepa sulla natica ed io tiro una scorreggia fragorosa come il botto d’una vescica che esplode; e quelle via a correre dentro la città; a Canidia cascò giù la dentiera, a Sagana la gonfia parrucca e, da sotto il braccio, le erbe e i lacci incantati: uno spettacolo da morire dal ridere e dallo spasso.
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1. Dio della fecondità. Negli orti e nei giardini veniva collocata una sua effigie, antesignana dello spaventapasseri.   2. Un fallo dipinto di rosso. Si tratta pur sempre di Priapo, no?   3. Gli horti di Mecenate, un complesso di parchi e di edifici che il ministro di Ottaviano aveva ricavato sull’Esquilino (dove prima si trovava un cimitero di plebei e schiavi).   4. Vedi nota precedente. Le «anguste stanzette» sono le baracche dei poveri.   5. Il primo, soprannominato Pantolabo («pigliatutto»), era un noto scroccone; l’altro un ubriacone scansafatiche, già citato in I 1, 102.   6. In quanto commune sepulcrum era proprietà pubblica, inalienabile.   7. Famosissima fattucchiera e avvelenatrice, si dice fosse una profumiera napoletana il cui vero nome era Gratidia (e che Orazio storpia in Canidia, alludendo alla sua vecchiaia).   8. Altra strega, sulla quale però non ci sono significative informazioni.   9. Sono le anime dei defunti nella tradizione greco-romana.   10. Siamo in presenza di una fattura: il pupazzo più grande simboleggia il mittente del sortilegio, mentre il più piccolo (rappresentato in atto di supplica) deve riceverne gli effetti. Avete presente i riti voodoo?   11. Divinità lunare e infernale (assimilata a Diana o Proserpina).   12. Una delle Furie, divinità infernali.   13. Della figura di questo Giulio niente è chiaro: perfino il nome è discusso; Pediazia pare fosse un Pediazio, cavaliere romano, libidinoso, scialacquatore ed effeminato (di qui la storpiatura del nome); Vorano infine era un ladro celebre all’epoca.

***

Adesso, o liceali devastati dall’acne e da un principio di disillusione, il buon Orazio non vi apparirà più come un palloso, impotente moralista, bensì come un sociopatico incastrato in una città da gioco di ruolo. È già un passo avanti, no? In ogni caso vogliamo lasciarvi con un breve frammento tratto da un’altra sua satira (I 6, 109-129), in cui ci racconta la sua giornata-tipo:

In questo […] io faccio vita più comoda di te, mio illustre senatore: da qualsiasi parte mi viene voglia, me ne vado da solo, chiedo a quanto vanno legumi e farro, giro e rigiro sovente fra gli imbroglioni del Circo [Massimo, ndr] e nel Foro, di sera, mi fermo davanti agli indovini. Poi me ne torno a casa, a una scodella di porri, ceci e frittelle. […] Poi me ne vado a dormire […]. Sto a letto fino alle dieci; poi vado a spasso, oppure, dopo aver letto o scritto in silenzio quello che mi va, mi ungo di olio, ma non di quello che Natta il sudicione ruba alle lucerne. Poi però, quando il sole più pungente mi fa sentire la fatica e mi consiglia di andare al bagno, lascio il campo e il gioco della palla […]. Pranzato che ho […], me ne sto a casa senza far nulla. È questa la vita di chi è libero dall’ambizione che rende infelici ed opprime.

Dite la verità, lo state invidiando, non è vero? Alla prossima, gente!

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