06/11/11

XXII. Pulizie di primavera

Miei cari signori, dato che, ultimamente, le frequentazioni di Uroboria sono calate e non poco, accolgo questo trend negativo come un chiaro messaggio: pubblicare qualcosa di nuovo, e subito. Bene, benissimo! Siete accontentati.
Come già annunciato nello scorso post, oggi vi faremo leggere il tredicesimo capitolo tratto dal libro quarto del Gargantua e Pantagruel, di François Rabelais (Chinon, 1483 o 1494 – Parigi, 9 aprile 1553), suggeritoci dal fedele Lapo Dini: trattasi di un raffinatissimo compendio sull’arte di pulirsi il sedere, nel quale Gargantua figlio di Grangola re d’Utopia enuncia le varie tipologie di strumenti utili per la buona riuscita dell’operazione. Ma è fuorviante sintetizzare in due righe la vastità di un’opera del genere, quindi non posso fare altro che consigliarvene la lettura; e se non accoglierete il mio invito, possa un’ulcera fulminante dilaniarvi lo stomaco.
Dimenticavo: visto che il Dini è un intellettuale – e che il sottoscritto non è da meno –, ha egli ritenuto fare cosa gradita nel tramandarci la versione in lingua originale dei due intermezzi poetici che troverete in corso d’opera. Li abbiamo messi nelle note, nel caso voleste dilettarvi con l’idioma dei galletti. Eh bien, amusez-vous!

***

CAPITOLO XIII
Come qualmente Grangola s’accorse dell’intelligenza meravigliosa di Gargantua per l’invenzione d’un nettaculo.

Ammettetelo: pensavate fosse Babbo Nata-
le, non è vero?
Sul finir dei cinque anni, Grangola, di ritorno dalla disfatta inflitta ai Canariani, venne a trovare suo figlio Gargantua. E ne fu tutto lieto come poteva essere un tal padre rivedendo un tal figlio.
Lo baciava, lo abbracciava e non cessava di interrogarlo su diverse cose, bamboleggiando con discorsi puerili. E bevve con lui e le sue governanti alle quali, tra l’altro, domandava insistentemente se l’avessero tenuto lavato e pulito. Gargantua rispose che aveva a ciò provveduto egli stesso, in guisa che in tutto il territorio non v’era bimbo più netto di lui.
«In che modo?» chiese Grangola.
«Ho inventato,» rispose Gargantua «con lunghi e diligenti esperimenti, un modo di nettarmi il culo, che è il più signorile, il più eccellente, il più spedito che mai si vedesse.»
«Quale?» chiese Grangola.
«Ora ve lo dico» rispose Gargantua. «Una volta mi pulii col cache-nez di velluto di una delle damigelle e lo trovai buono per la morbidezza della seta che mi dava una voluttà ineffabile al fondamento; un’altra volta con un loro cappuccio e fu lo stesso; un’altra volta con una sciarpa da collo; un’altra volta con le orecchiette del cappuccio, di raso rosso; ma il ricamo in oro di tante piccole sfere di merda che v’erano applicate, mi scorticarono tutto il di dietro; che il fuoco di Sant’Antonio possa bruciare il budello culare dell’orefice che lo fece e della damigella che lo portò! Il male passò nettandomi con un berretto da paggio, bene impennacchiato alla svizzera.
«Poi, cacando dietro un cespuglio, trovai un gatto marzolino e me ne servii per nettarmi, ma quello con l’unghie mi ulcerò tutto il perineo.
«Guarii l'indomani nettandomi coi guanti di mia madre, ben profumati di malzoino1.
Il "rossetto del culo"
«In seguito mi nettai colla salvia, col finocchio, coll’aneto2, colla maggiorana, colle rose, colle foglie di zucca, di cavolo, di bietola, di vite, d’altea3, di verbasco4 (il rossetto del culo), di lattuga, di spinaci – questi furono di gran giovamento alla mia gamba –, poi di mercorella5, di persicaria6, d’ortica, di conzolida; ma queste mi produssero il cacasangue, come dicono i Lombardi, del quale guarii nettandomi colla mia braghetta7.
«Poi mi nettai colle lenzuola, colla coperta, colle tendine, con un cuscino, con un tappeto usuale, con uno verde, con uno straccio, con un tovagliolo, con un fazzoletto, con un accappatoio. E n’ebbi da tutti piacere più che i rognosi sotto la striglia.»
«Ma insomma» disse Grangola «di tanti nettaculi quale ti parve il migliore?»
«Un momento» disse Gargantua «non tarderete a saperne il tu autem. Mi nettai ancora col fieno, la paglia, la stoppa, la borra, la lana, la carta. Ma
            Chi con carta il cul deterge,
            Sui coglion la merda asperge.»
«Che!» esclamò Grangola «Tu rimi già; ti sei dunque strofinato alla bottiglia, coglioncino mio?»
«Certo, mio re» rispose Gargantua «e rimo anche meglio e rimo tanto che spesso nel rimar m’inreumo. Ascoltate un po’ ciò che la vostra latrina canta ai cacatori:
            Cacone,
            Diarrone,
            Petone,
            Stercoso,
            Il lardo
            Ti sfugge,
            Si strugge,
            Ha in me
            Riposo.
            Schifoso,
            Merdoso,
            Goccioso,
            Di Sant’Antonio ti bruci il martir,
            Se tutti
            Gl’impuri
            Tuoi buchi
            Non turi,
            E non forbisci avanti di8 partir.9
Ne volete ancora?»
«Sì, per Bacco» rispose Grangola.
«E allora» rispose Gargantua «ecco qua:
            RONDÒ.
            Cacando l’altro ier comodamente,
            La gabella pagai che al culo devo.
            Non fu l’odore tal quale credevo,
            E ne rimasi tutto puzzolente.
            Oh, se m’avesse alcun cortesemente
            Condotto la Gentile che attendevo
            Cacando.
            A lei col mio buon mestolo imbrandito
            Il buco dell’urina avrei condito,
            Mentr’ella avrebbe col suo roseo dito
            Il buco della merda a me pulito,
            Cacando.10
Ed ora andate a dire che sono un buono a nulla. Oh per la merda! Mica li ho fatti io questi versi, ma udendoli recitare dalla nobil matrona che vedete qui, li ho conservati nel ripostiglio della mia memoria.»
«Torniamo» disse Grangola «al nostro argomento.»
«Quale? Cacare?» chiese Gargantua.
«Ma no» rispose Grangola «nettare il culo.»
«Siete disposto» chiese Gargantua «a pagare un buon barile di vin bretone se vi metto nel sacco in questa materia?»
«Volentieri» rispose Grangola.
«Non è necessario nettar culo» disse Gargantua «se non sia sporco: sporco esser non può se non s’è cacato; conviene dunque primum cacare, e poi nettarsi il culo.»
«Oh quanto senno, figliolo mio!» esclamò Grangola. «Uno di questi giorni ti fo promuovere dottore alla Sorbona, ché, per Dio, hai più saviezza che anni. Ma seguita ora, ti prego, l’argomento nettaculativo. E per la mia barba, prometto che non un barile, ma sessanta botti ti dono, di quel buon vin bretone, intendo, che veramente non cresce in Bretagna, ma nella buona terra di Verron.»
«Provai poscia» continuò Gargantua «a nettarmi con una parrucca, con un origliere11, con una pantofola, con un carniere, con un paniere – oh l’ingrato nettaculo codesto! –, poi coi cappelli. Notate che i cappelli, taluni son lisci, altri pelosi, altri vellutati, altri di seta, altri di raso. Migliori di tutti son quelli col pelo, che astergono12 in modo perfetto la materia fecale. Poi mi nettai con una gallina, con un gallo, con un pollastro, con pelle di vitello, con una lepre, con un piccione, con un marangone13, con una borsa d’avvocato, con una barbuta14, con una cuffia, con un logoro15. Ma concludendo, dico e sostengo che non v’ha nettaculo migliore d'un paparo ben piumato, tenendogli però la testa fra le gambe. Lo affermo sull’onor mio, credetemi: voi vi sentite una voluttà mirifica16 all’orifizio del culo sia per la dolcezza di quel piumaggio sia pel tepore del paparo, che facilmente comunicandosi al budello anale ed agli altri intestini arriva fino alla regione del cuore e del cervello. Oh, non è a credere che la beatitudine degli eroi e semidei che se la godono nei Campi Elisi derivi dal loro asfodelo, dall’ambrosia o dal nettare, come dicono le nostre vecchierelle. La loro beatitudine viene, a mio avviso, dal nettarsi il culo con un’ochetta. Così la pensa anche mastro Giovanni di Scozia.»
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1. Gioco di parole su benzoino, sostanza balsamica ottenuta dall’omonima pianta (in francese benjoine, maljoine). [L. Dini]   2. Pianta erbacea con fusto eretto e foglie giallastre.   3. Pianta erbacea con fiori a grappoli rosa.   4. Pianta erbacea caratterizzata da lanugine biancastra.   5. Pianta con fiori maschili a spighe, femminili ascellari.   6. Pianta erbacea con fiori rosei raccolti in spighe.   7. Lembo di tessuto abbassabile fissato da bottoni nei calzoni antichi.   8. E non… avanti di: «E non ti pulisci prima di».  9. In francese: Chiart, / Foirart, / Petart, / Brenous, Ton lard / Chappart / S’espart / Sus nous. /  Hordous, / Merdous, / Esgous, / Le feu de sainct Antoine te ard! / Sy tous / Tes trous / Esclous / Tu ne torche avant ton depart!   10. In francese: En chiant l’aultre hyer senty / La guabelle que à mon cul doibs; / L’odeur feut aultre que cuydois: / J’en feuz du tout empuanty. / O! Si quelc’un eust consenty / M’amener une que attendoys / En chiant! / Car je luy eusse assimenty / Son trou d’urine à mon lourdoys; / Cependant eust avec ses doigtz / Mon trou de merde guarenty / En chiant.   11. guanciale.   12. puliscono.   13. cormorano.   14. Tipo di celata aperta, fornita di visiera o semplice nasale.   15. Corto bastone usato nella falconeria.   16. mirabilemeravigliosa.

***

E così la penso anche io, sebbene non abbia mai avuto il piacere di pulirmi le terga con la testa di un papero; e se anzi qualcuno ne avesse uno da prestarmi ne sarei ben contento, così potrei dirvi cosa si prova.
Un appunto prima di salutarci: se la formattazione del testo non dovesse rispondere a quella originale non prendetevela con il sottoscritto, ma con chi gliel’ha fatta pervenire in questa foggia; perché io, come si suol dire, “non ci ho messo penna”, tranne per aver sostituito le lineette dei discorsi diretti con le virgolette caporali.
(Se fossi un liceale americano, con quest’ultima battuta la mia eventuale popolarità sarebbe caduta a picco, ammesso che i ventun post precedenti non abbiano già contribuito alla causa…)

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