27/11/11

XXIV. Parvae quaestiones, vol. 1

Signore e signori, eccoci di nuovo qua. In questo periodo di intenso far nulla il sottoscritto ha pensato a una nuova rubrica per Uroboria, la quale è sicuramente destinata – come tutti i precedenti tentativi di accattivarsi uno o due lettori in più oltre al buon vecchio Lapo – a precipitare nell’oblio; ma tant’è, il nostro ottimismo non smette di spingerci lungo il tortuoso sentiero delle antiche fiabe. Non divaghiamo però, perché c’è ancora tanto da dire.

Cos'è, innanzitutto, questa nuova rubrica? Diciamo che si tratta di uno spazio in cui non vi proponiamo la lettura di testi, bensì alcune considerazioni in merito alla letteratura classica: discorsi più o meno mirati, a seconda delle circostanze, intorno a generi, modelli, personaggi, periodi storici, commenti ad un’opera intera oppure a passi specifici, e via discorrendo. Perché lo si fa? Per denaro? Figuriamoci; e allora? Non hanno già scritto abbastanza, i nostri cari topi di biblioteca con le ragnatele nella bocca del portafoglio? Certamente, e infatti non è la gloria che ci spinge a una scelta di questo genere, quanto piuttosto il tentativo di fornire un punto di vista meno accademico, capace magari di invogliare all’approfondimento di qualche specifica questione, oltrepassando allegramente tutte quelle cinte murarie di bibliografia erudita che di norma si trovano alla fine dei libri, e che nessuno legge mai (per ovvi motivi). Naturalmente – va da sé – non possediamo alcun requisito, all’occhio raffinato dello studioso professionista, per addentrarci in questa selva oscura senza tema di dire boiate; ed è questa la motivazione più forte che ci spinge a metterlo in chiurlo ai bravi massoni che, dall’alto della loro ridicola spocchia, inquinano pagine e pagine di libri con le loro autoreferenzialissime note a margine (avremo modo di fare un esempio concreto più avanti, per coloro che vorranno proseguire nella lettura). Mi si consenta di dirlo: ma andate a fare in culo.
Cerchiamo di partire dalle origini: dalla sostanziale ostilità, cioè, con cui le nuove generazioni si rapportano alla cultura letteraria antica.
E non lo si può certo negare, non trovate? In quante catene di moccoli ci siamo profusi1 quando il professore di turno ci ha scodellato in faccia la prima versione di greco da tradurre? Quante ore abbiamo speso spigolando all’interno di mastodontici vocabolari, nel vano tentativo di beccare la resa in italiano corretta tra le venti o trenta proposte? Qualsiasi anima, anche la più casta, avrà sicuramente cercato di rovesciare l’Empireo di fronte a simili imprese. Purtroppo sì, è innegabile che la diversità linguistica scoraggi anche i più sensibili tra noi, soprattutto quando ben pochi insegnanti hanno le competenze e la voglia di spingerci ad apprezzarla: ed ecco perché tanti si allontanano aprioristicamente da questo meraviglioso patrimonio letterario, ritenendo a torto che si tratti di una disciplina per vecchi avvizziti e rincoglioniti. Se poi aggiungiamo che la letteratura nasce come un complesso gioco aristocratico, e che nella maggior parte dei casi taglia del tutto fuori il variopinto universo delle masse contadine con le loro bestemmie e gli scaracchi notturni nelle osterie, è facile capire perché i ragazzi di oggi non percepiscono empatia con Cicerone o Svetonio.
Ma il vero cuore pulsante dell’ostilità giovanile nei confronti della cultura antica è un altro: mi riferisco chiaramente alla particolare condizione di chi detiene questo sapere, ben più delle altre forme di conoscenza. Chi, infatti, ha avuto la fortuna di avere un professore di latino e greco (o di letteratura classica in generale, si intende2) giovane, non risucchiato dalla frustrazione, dotato di un linguaggio fresco e non obsoleto per poter trasmettere alle nuove generazioni l’essenza di una cultura vecchia di duemila anni? Io, personalmente, non sono nel novero: non a caso, subito dopo aver fatto l’esame di maturità, ho resettato tutte le conoscenze acquisite di greco e latino, in spregio all’odiosità degli individui che mi hanno introdotto ad esse, salvo poi rispolverarle durante il periodo universitario.
- Turn up da volume, bitch!
Poi ci sono anche i saggisti, i ricercatori e compagnia bella, i quali – salvo pochi ma tuttavia esistenti casi – non si curano dell’aspetto divulgativo di questa cultura, bensì di suscitare consensi presso i loro circoli di massoni pensionati, ed è così che danno alle stampe opere risibili, piene di termini caduti in disuso nel migliore dei casi alla metà del ‘600 (pare incredibile, ma in un’edizione relativamente recente del Fedro di Platone, di cui parleremo tra poco, sono riuscito a trovare un coonestare fra le note di commento); opere, tra l’altro, che i nostri decrepiti maestri, innamorati persi delle parole ampollose perché gli ricordano i bei tempi in cui erano loro ad agonizzare dietro i banchi, abbracciano con entusiasmo, e le propinano ai poveri studenti i quali sono inevitabilmente costretti a leggersele tenendo sotto il mento il vocabolario della lingua italiana. Adesso capirete, miei cari signori della latinità e della grecità, per quale motivo la latinità e la grecità stanno morendo, uccise dalla vostra sete di effimera gloria. A questa gente non importa di far conoscere, e soprattutto di far amare, le opere, ma solo di poterle maneggiare a loro piacimento, sentendosi in dovere di proporre deliranti chiavi di lettura; scrivono saggi, prefazioni, postfazioni, piene di parole rinascimentali; ma sono le edizioni dei testi da essi curate a farmi schizzare le palle fuori dalla sacca – passatemi la volgarità dell’immagine: ogni coppia di parole è inesorabilmente segnata da un fastidiosissimo apice, che rinvia ad un commento lungo in media venti righe in cui il nostro autore dà fondo alla sua grottesca terminologia.
Ma prendiamo un caso concreto per dare all’incauto lettore una tangibile prova di quanto si sta dicendo. Dovete dunque sapere che, qualche giorno fa, ho preso in prestito dalla biblioteca un’edizione del Fedro, famosissima opera di Platone: un volumetto all’apparenza simpatico, tascabile, tra l’altro stampato nel 1984 – il che lascerebbe pensare a un taglio critico dell’opera moderno –, inesorabilmente ornato di testo introduttivo del pedante saggista/poeta di turno. Salto a piè pari l’introduzione e mi getto nel prologo, dove il buon Platone costruisce la cornice narrativa che farà da sfondo al dialogo di Socrate e Fedro: ebbene, in 18 (diciotto) pagine – dove il testo effettivo è ridotto a sei o sette righe per ciascuna, e il resto è lasciato in balia dei deliri mistici del curatore – è presente la bellezza di 130 (centotrenta) apici. Sapete quanto può essere fastidioso imbattersi in una simile sfilza di numeri? Beh, è tremendamente fastidioso, al punto che ho deciso di interrompere la lettura; e credete che, se l’antipatico libricino fosse stato di mia proprietà, l’avrei dato alle fiamme in men che non si dica. Ed ecco infine come, in un inevitabile quanto decisivo transfert, alla figura di Platone si sia sovrapposta l’oscura sagoma del palloso commentatore, suscitandomi un disgusto senza pari. Ma mi si potrebbe anche obiettare che, in fondo, le annotazioni del curatore servono a chiarire i passaggi meno comprensibili del testo: ebbene, giudicatelo da voi.
Di seguito trovate uno stralcio tratto dal prologo all’opera, in cui Socrate e Fedro cercano una sistemazione confortevole per dare libero sfogo alle chiacchiere:

Fedro. Vedi dunque quell’altissimo platano? / Socrate. Che vuoi dire? / F. Lì* c’è ombra e vento moderato, ed erba per sederci o, se vogliamo, rilassarci.

L’asterisco che abbiamo aggiunto è in realtà, nel testo originale, la nota numero 70 (settanta), la quale testualmente recita: «Sotto quel platano, sulla riva sinistra [del fiume Illisso, ndr], dove dovranno risalire, dal letto dove ora camminano». E come, santa pace, c’era bisogno di spiegare che si riferisce al platano, menzionato per l’esattezza due righe più in su? O si tratta piuttosto dell’ennesimo pretesto per mettere il becco anche là dove non ce ne sarebbe bisogno, per accostare la propria alla penna di uno scrittore immortale? È narcisismo, cazzo; squallido, statico narcisismo, la punta di un profondissimo iceberg. C’è ancora bisogno che vi spieghi perché i ragazzi si formano un’idea sbagliata della cultura classica? Ma è ovvio: finché saranno costretti a leggere gli antichi attraverso le folli revisioni dei moderni non potete aspettarvi reazioni di altro genere.

- Sotto quel platano, vedi? Proprio lì...

Poi, chiaramente, non è soltanto “colpa” dei moderni; nel senso che, bene o male, l’ideologia che sta alla base della letteratura classica è opposta rispetto alla letteratura di oggidì: ai tempi di Augusto non esistevano le industrie o il cattolicesimo o le guerre nucleari; vi era un rispetto assoluto, una devozione incontrastata nei confronti della natura, vista come personificazione sulla terra del divino – si pensi per esempio agli animali o alle piante sacre –; nella maggioranza delle opere è esaltato un modello di vita che, ai giorni nostri, non è più leggibile. Anche per questo le nuove generazioni tendono a distaccarsi da quelle opere, poiché oggi vengono perlopiù stimolate dalle cose o persone in cui possano immedesimarsi, ed è quindi più facile riconoscersi all’interno della letteratura moderna degli impiegati e degli alienati e delle ladies americane con la bocca piena di fagioli fritti. Tutta gente figlia dello stress, della routine e della schiavitù tecnocratica; roba che oggigiorno funziona alla massima velocità e attecchisce bene nelle giovani menti dei lettori, vagamente oppressi dalle medesime problematiche.
Insomma, chi ha più voglia di leggere le gesta di qualche pompato e pomposo condottiero, e la vecchia satira di un manipolo di oziosi mantenuti dal regime? Eppure, a una lettura con meno pregiudizi, le affinità sia ideologiche che culturali con il mondo moderno non stenterebbero a saltar fuori.

[…] Così a quei tempi la roba costava una miseria. Comprando un soldo di pane, non si riusciva mica a finirlo in due. Adesso ti danno dei panini che un occhio di bue è più grosso! Poveri noi, ogni giorno che passa è sempre peggio. Questo paese cresce in senso contrario, come la coda di un vitello. Ma come volete che vada se abbiamo un edile che non vale un fico secco, e che darebbe la nostra vita in cambio di una lira? A casa sua se la spassa, e guadagna più lui in un giorno che il resto della gente in tutta la vita. Io lo so benissimo come ha fatto ad arraffare mille denari d’oro. Se solo noi avessimo le palle, quello lì non se la spasserebbe tanto. Il fatto è che a casa siamo tutti leoni, mentre fuori diventiamo pecore. […] Come volete che vada a finire, se gli dei e gli uomini continuano a fregarsene di questo paese?

Lo credereste se vi dicessi che questo è un passo tratto dal Satyricon, opera del 60 d.C.? Eppure, dite la verità, sono discorsi che potrebbero stare più che bene in bocca ad un qualsiasi cittadino del mondo moderno. Naturalmente il nostro è soltanto un esempio, ma penso sia abbastanza valido per capire che, alla fin fine, la nostra mentalità – nonostante il cattolicesimo e le industrie e le guerre nucleari e l’avvento del web – è rimasta più o meno invariata.
Bene, per quanto ci riguarda abbiamo terminato. Ecco, in soldoni, di cosa intendiamo occuparci all’interno di questa nuova rubrica: chiacchiere, discorsi, parole scritte sull’acqua, ma che magari possono darvi il la per chissà quali inutili divagazioni. Come sempre vi invito a non pensare male: è che, al solito, non abbiamo nulla di meglio da fare. Stay Niko Bellic.
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1. Com’è ovvio, il discorso si riferisce esclusivamente a quei poveracci che, come noi, hanno frequentato il liceo classico.   2. Infatti, ribadisco, il discorso fin qui sostenuto vale per la letteratura antica nel suo complesso, non soltanto greca e latina.

1 commento:

  1. Già finiti i buoni propositi di internazionalità? Che delusione.

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