20/08/11

10. Love Sex American Express

Ah, l’intervento numero dieci! Davanti all’ennesima constatazione dell’inesorabile avanzata del tempo una lieve lacrima graffia le nostre guance, consapevoli che un’altra estate sta per essere iscritta all’albo della memoria…
Dopo questo patetico incipit possiamo passare all’opera del giorno: un gradito ritorno alla classicità con Lucio Apuleio (circa 120-170 e.v.) e il suo capolavoro, L’asino d’oro o Le metamorfosi. Poiché, come sapete, ad Uroboria vanno molto di moda le situazioni triviali, non ci soffermeremo sui passaggi che hanno reso famoso questo romanzo, come il mito immortale di Amore e Psiche o il lungo girovagare dell’asino-Lucio alla ricerca di un rimedio che gli restituisca le sembianze umane, ma vi proponiamo qualcosa di molto più divertente. Antefatto: una signora d’alta classe, dagli appetiti sessuali discutibili, si innamora follemente proprio dell’asino, e riesce a convincere il suo padrone, dietro un alto compenso, a trascorrere l’intera notte con la bestia. Sì, avete capito bene…

***
                                               
20

Lucio trasformato in asino (Venezia 1519, xilografia)

Avevamo appena pranzato e uscivamo dal triclinio del padrone, quando trovammo nella mia camera la signora che ci attendeva già da un bel po’. Bontà divina! Che roba, che meraviglia di preparativi! Quattro eunuchi immediatamente posano in terra parecchi cuscini rigonfi di molli piume, onde prepararci il letto, lo coprono bellamente con una coperta intessuta d’oro e tinta di porpora tiria, sopra vi spargono altri cuscini, piccoli assai, ma in gran numero, di quelli su cui le signore raffinate usan posare le guance o la nuca. Poi, in fretta per non ritardare ulteriormente con la loro presenza la voluttà della signora, chiudono le porte della stanza e si ritirano. All’interno la luce delle candele si rifletteva palpitando, e rischiarava l’oscurità nottura pel nostro diletto.

21

Allora la signora si spoglia d’ogni sua veste, compresa la fascia che le stringeva il bel seno, e, stando in piedi vicino alla luce, da un vasetto di stagno trae un unguento profumato e se ne unge abbondantemente le membra; poi col medesimo unguento, senza risparmio, mi sfrega il corpo e in particolare me ne asperge con cura le narici. Dopodiché, mi copre dolcemente di baci; ma non quei baci che si soglion scambiare nei postriboli, quando le prostitute bussano a soldi e i clienti fanno il nesci; puri e sinceri erano i baci che mi dava, e tenerissime le parole, come: «Ti voglio bene», «Ti desidero», «Amo te solo» e «Senza te non posso più vivere», e altre frasi del genere che le donne dicono sia per adescare gli uomini, sia per dare maggior calore alle proprie effusioni. Mi prende poi per la cavezza e mi fa sdraiare in terra, così come m’era stato insegnato; io l’assecondai facilmente, poiché ciò che stavo per fare non mi pareva né nuovo né difficile, tanto più che dopo tanto tempo pregustavo di ricevere gli amplessi di una donna bella e per di più appassionata. D’altronde, e l’ebbrezza di quel vino squisito che avevo bevuto in abbondanza, e l’acuto profumo di quell’unguento, avevano destato in me un desiderio di voluttà.

22

Scena di Lucio-asino con la ma-
trona (come sopra)
Però una paura non piccola mi angustiava e mi dava da pensare. Come fare per non montare su quella donna delicata con le mie zampe che eran così grosse e grandi? Come abbracciare con i miei duri zoccoli quelle membra così chiare, così tenere, fatte di latte e di miele? Come baciare con la mia bocca sì larga e spropositata, orribilmente armata di denti duri come sasso, quelle labbra piccole e porporine, umide di celeste rugiada? E, per finire, in che modo una donna, anche se fosse tutta un prurito di desiderio sino alle estremità delle unghie, avrebbe potuto dar ricetto a un ospite di così vaste proporzioni? Ahimè! pensavo. Guai, se mi fosse capitato di spaccare in metà una nobile signora. Sarei andato a rischio d’esser offerto alle belve e di arricchire lo spettacolo del mio padrone.
Frattanto, la donna ripeteva le sue parolette carezzevoli, mi dava baci su baci, accompagnava i suoi dolci bisbigli con occhiate assassine, e all’ultimo:
– Ti tengo, – esclamò, – ti tengo, mio colombino, mio passerotto…
E insieme con le parole provò coi fatti che vane erano le mie preoccupazioni e sciocco il mio timore: difatti, mi abbracciò stretto al punto che accolse l’ospite tutto intiero, ma tutto per davvero.
Per giunta, ogni volta che rinculavo all’indietro, per non farle male, sempre essa mi si riaccostava con uno sforzo rabbioso, e affermandomi per le reni, si incollava letteralmente a me con un amplesso ancor più tenace. Perbacco! Credevo quasi che mi mancasse ancora qualcosa per saziar completamente le sue brame e riuscivo ora a capire il giusto motivo per cui la madre del Minotauro [1] ci avesse preso gusto col suo amante muggente.
Dopo una notte insonne e laboriosa, la signora, per evitare la luce del giorno e la sua indiscrezione, se ne partì in fretta; ma prima volle impegnarmi allo stesso prezzo per un’altra notte.
__________
1. Pasifae.

***

E con questo, miei colombini, miei passerotti, se ancora non vi siete innamorati della letteratura antica, non sappiamo più cosa proporvi. Godetevi gli ultimi giorni di spiagge e grigliate di porco nel giardino delle vostre tenute di campagna, perché presto arriverà il freddo, con somma soddisfazione da parte di tutti gli uroboriesi. Matane!

Nessun commento:

Posta un commento