31/07/11

4. Omosessualità (e non): cosa ci vuoi fare?


Buon ultimo giorno di luglio a tutti. Dopo aver gustato una simpatica invettiva contro i turisti, alla quale mi associo pienamente, e un luminoso saggio di maestria nel padroneggiare il greco antico, passiamo ora a una mirabolante rassegna di epigrammi che mi sono capitati tra le mani per puro caso, di autori forse meno conosciuti ma che non hanno nulla da invidiare ai soliti Meleagro, Alceo e Callimaco, tanto per citare alcuni nomi mainstream. Il tema di fondo è sempre lo stesso: l’erotismo, ovviamente.
Si comincia con Marco Argentario (I secolo e.v.). Notate bene che non mi sono messo a cercare ogni singolo epigramma all’interno dell’Antologia Palatina: li ho trovati così come li leggerete, numerati e classificati. Perché va bene essere nerd, ma a tutto c’è un limite.

***

Antologia Palatina, V, 116

Una donna? È il meglio,
per i benpensanti.
Ma se hai voglia di un amore più maschile,
ti insegno io un rimedio.
Prendi Menofila, girala di schiena,
e immagina di avere sotto Menofilo.

V, 127

Amavo una fanciulla, Alcippe. Un giorno la convinsi
e la presi sul letto, di nascosto.
Il cuore ci tremava, nel pensiero
che qualcuno scoprisse il nostro amore.
Ma la madre la sente bisbigliare; entra
all’improvviso e dice: «Dividi il piatto, figlia!»


Proseguiamo adesso con un quartetto di epigrammi di Stratone (II secolo e.v.), che non è per niente inferiore al nostro Argentario, ma anzi dimostra di possedere, secondo me, una vena creativa ancora più spiccata.


Antologia Palatina, XII, 15
        
Ma se anche la panchina, al bagno, morsica il culetto di Grafico,
io che sono un uomo, che farò? Persino il legno ha un cuore.

XII, 192
        
Non mi piacciono i capelli lunghi e riccioli
fatti dal barbiere e non dalla natura.
Io amo un corpo polveroso di palestra
e la sua pelle lucida di olio.
È dolce l’amore senza trucchi: le diavolerie
sono roba da donne, e della dea di Pafo.

XII, 213

Appoggi al muro, Ciri, il bel culetto.
Perché tenti la pietra? Lei non può!

XII, 208

Beato te – senza rancore –, libriccino! Mentre ti legge,
ti accarezza, il fanciullo, ti appoggia alla sua guancia,
ti preme con le labbra delicate, ti tiene
sulle cosce rugiadose – o fortunato! E quante volte
starai sopra il petto oppure, gettato su una sedia,
potrai toccarlo là sotto senza timore.
E quante cose, di nascosto, gli dirai: ma – ti prego,
libriccino – parlagli sempre anche di me.


Uno scherzo da bar vecc-
chio come il mondo

Carini, eh? Viene quasi da rammaricarsi di non essere stati noi gli artefici di queste perle di voyeurismo quotidiano. Concludiamo – per ora – il nostro tour degli epigrammisti con Rufino (II-III secolo e.v.), che dimostra di essere un raffinato estimatore dell’anatomia femminile. Anche quelli che non si sono mai rapportati con la società della Grecia antica avranno capito, ormai, quale fosse il passatempo preferito dei suoi membri più facoltosi.

Antologia Palatina, V, 35

Mi hanno scelto a giudicare tre culetti,
mi hanno svelato quell’abbagliante nudità.
Bianco e morbido il primo, fioriva
di fossette rotonde, ridente marchio di bellezza;
l’altro, schiudendosi, fra le carni di neve rosseggiava
più vermiglio che rosa porporina.
L’ultimo s’increspava di brevi onde silenziose,
fremito irrefrenabile della sua pelle tenera.
Se il giudice delle dee avesse contemplato quei culetti,
non le avrebbe più degnate di uno sguardo.

V, 43

Ti ha buttato fuori tutta nuda, solo perché
insieme a un altro ti ha sorpresa: fa l’ascetico, lui,
fa il pitagorico? E tu, piccina, piangi per questo, ti sciupi il viso,
muori di freddo alla porta di un pazzo scatenato?
Asciuga gli occhi, bimba mia; ne troveremo un altro,
che non sappia vedere né picchiare.

***

Direi che, dopo questa abbuffata di depravati, sarete a posto per qualche giorno. E se avete finalmente capito qual è il lato oscuro della letteratura antica, sappiate che non avete ancora visto niente. Valete.

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